Cose che finiscono, cose che cominciano.

Ere che si susseguono. Nuove epoche giungono. Storie che finiscono. Altre ne cominciano. Nell'incessante scorrere della vita. Forse è soltano questo il segreto della soglia.
Diario di una Ricerca Antropoarcheologica sul Simbolismo della Porta






“…il mestiere di etnologo mi ha insegnato progressivamente a pensare non in termini di decenni, e neppure di secoli, ma di millenni, anzi, di decine di millenni, dunque quando parlo di questo secolo penso che tra due o tremila anni non se ne saprà più nulla…Pensiamo a tante cose come importanti, ma se le collochiamo nel tempo scompaiono. Ciò non toglie che mi interessino.”
Claude Lévi-Strauss, 28 novembre 1908 – 30 ottobre 2009, Sagittario.
Tratto da Repubblica del 21 novembre 2008, “Un pomeriggio col professore”, di Bernardo Valli




La città di Jodhpur, nel Rajasthan, fondata nel 1459 da Rao Jodha fu molto ricca grazie al commercio di oppio, legno di sandalo, datteri e rame. Il regno dei Rathore, cui apparteneva Rao Jodha, era anche chiamato Marwar, ovvero “Terra della Morte”, certo la Jodhpur attuale non conserva niente che ricordi la sua terribile fama, ma qualcosa di inquietante ancora c’è…
Il Meherangarh, tuttora gestito da maharaja di Jodhpur è una fortezza dalla formidabile struttura architettonica: l’accesso è consentito da ben sette porte, la Jayapol, costruita dal maharaja Man Singh nel 1806 dopo la vittoria riportata sugli eserciti di Jaipur e Bikaner, la Fatehpol, la Porta della Vittoria, eretta dal maharaja Ajit Singh per commemorare la sua vittoria sui Moghul. L’ultima porta è la Lohapol, la Porta di Ferro, accanto alla quale, appena dopo l'entrata, si notano le impronte rosse di una trentina di piccole mani: ricordo del “sati” delle vedove del maharaja Man Singh, che si gettarono sulla sua pira funerea nel 1843, dicono le guide locali che nessuna di loro emise neppure un gemito.
L’onore di una fortezza del Rajasthan non era rappresentato soltanto dagli assedi a cui resisteva, ma anche dal numero di sati avvenute nel momento nelle sconfitte. Prima di immolarsi le donne lasciavano l’impronta delle loro mani sulle mura della fortezza, dopo averle immerse nell’hennè rosso: quello che ai nostri occhi appare come il triste ricordo di decine di sfortunate spose-bambine è, in realtà, il modo in cui l’ultima porta del Meherangarh proclamava la sua inviolabilità.

La nonna mi raccontava meravigliose favole, favole per me, giacché era della sua vita di bambina vissuta in collegio all’inizio del secolo che raccontava...ricordo alla perfezione le avventure, i particolari, i nomi, le atmosfere nella penombra della sua enorme stanza da letto, in un palazzo austero del centro di Roma, in certe sere d’estate che trascorrevo insieme a lei con la sensazione di vivere un’avventura esotica. Abituata ad un appartamento moderno arredato in puro stile svedese anni 60, percepivo quei soffitti altissimi, quei mobili imponenti, pieni di fiori, frutti e teste di leone come le quinte di un palcoscenico tra le quali comparivano dal buio improvvise figurette di bambine con polacchine e vestitini a quadri, colletti inamidati e capelli inanellati a rappresentare solo per me il racconto di quei capolavori di astuta ingenuità e di incosciente crudeltà di cui solo i bambini (le bambine…) sanno essere capaci.
Poi vinceva il sonno, le palpebre cominciavano a cedere, le immagini diventavano confuse…era il momento della “foglia”…lottavo con tutte le mie forze perché mia nonna non capisse che stavo sul punto di addormentarmi, perché non pronunciasse l’insesorabile …"Larga la foglia, stretta la via dite la vostra che ho detto la mia”
Quella “foglia larga” la odiavo con tutto il cuore. Ma poi che voleva dire? Improvvisamente vedevo le bimbette fin de siècle salutarmi con quella enorme foglia verde tra le mani, fare l’inchino e sgattaiolare ridendo dietro le quinte del mio teatro…"No, nonna non dirlo, continua a raccontare…” ma già lei mi dava la buonanotte e si allontanava nel buio…la misteriosa, enorme foglia aveva vinto ancora una volta…
Solo pochi giorni fa leggo in rete:“...si tratta di una trascrizione errata della parola soglia dovuta alla somiglianza tra la resa grafica in corsivo della s e quella della f…” e continuando a cercare noto anche che esiste una alternanza nel proverbio che a volte recita anche “Stretta è la foglia, larga la via…”
Incredibile!
Fin dall’infanzia una soglia disturbava i miei sonni….

E' una chiesa del X secolo, situata in un borgo arroccato su un'altura della maremma toscana che guarda verso sud ovest la terra che degrada verso il mare.
Invito a leggere l'interessante articolo di Claudia Cinquemani Dragoni. Riassumo qualche cenno sul portale.
Al centro dell'architrave è incisa una croce patente, di cui solo due bracci sono biforcuti. Il lato destro presenta subito accanto un Fiore della Vita. E' una sorta di fiore del loto a sei petali. Lo si trova già in decorazioni egizie e nella civiltà di Ur, nella cultura Micenea, sui Calabash della Guinea, nell'antica Cina, tra i Celti, in monete ed altri oggetti etruschi e steli Fenicie, oltre che in altri esempi di scultura romanica. E' uno dei simboli più diffusi nelle chiese Templari. Tra queste il Duomo di Sovana, in una Pieve di Arcidosso ed a San Galgano.
Il lato sinistro dell'architrave è stranamente disadorno, asimmetrico. Riporta unicamente un motivo a zig-zag, il cui elemento è antichissimo, comparendo fin da terracotte dell'età del bronzo e nella cultura villanoviana, ma anche in Messico e tra i Dogon, in Egitto.
A lato dello stipite di sinistra sono incisi tre cerchi. In tutti è presente l'elemento della quaternità. Il primo è il fiore dell'Apocalisse, il secondo è un glifo della Terra, il terzo la Gerusalemme Celeste. Quando ho visitato il luogo, quest'ultimo simbolo era stato maldestramente coperto da un intervento di consolidamento.
E' interessante considerare che queste incisioni potrebbero aver avuto anche funzione pratica. Era infatti importante conoscere le fasi astrali per la realizzazione dell'opera e potevano essere usati come meridiane per l'orientamento verso la Terrasanta. Orientarsi nel cammino per Gerusalemme allo stesso modo che nel cammino verso il Divino.
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Il calendario romano di età romulea comprendeva solo 10 mesi: quattro (marzo, aprile, maggio e giugno) avevano nomi propri, mentre gli altri sei avevano nomi derivati dalla loro posizione (quintilis, sextilis, september, ecc.) probabilmente perché aggiunti in un secondo tempo ad una antichissima forma calendariale che computava solo i mesi primaverili, nota agli antichi presso gli Egiziani e gli Arcadi. L’anno romuleo, basato su mesi siderali, coincideva con il ciclo della gravidanza delle donne, che a sua volta coincideva con quello dei bovini e con il ciclo di maturazione del farro. A Numa viene tradizionalmente attribuita una riforma del calendario, che tra l’altro, vide l’inserimento dopo il mese di Dicembre di altri due periodi di circa 30 giorni, Ianuarius e Februarius. Benché siano i primi dieci mesi del calendario ad accogliere le feste più antiche, quelle in collocate nel più “moderno” Februarius rivestono particolare rilievo e costituiscono una preziosa testimonianza sulla necessità del rientro temporaneo dell’elemento caotico-primordiale all’interno dello spazio e del tempo organizzati e definiti.
Febbraio è il mese che realizza i presupposti del rinnovamento annuale, che si compirà con Marzo, primo mese del calendario, contenendo festività segnatamente riferite alla conclusione del ciclo temporale dell’anno. Nei riti annuali finalizzati alla “rigenerazione” compare la sospensione del tempo calendariale, essa corrisponde all’ apertura di un ciclo temporale mitico che, mediante lo svolgimento di riti particolari come l’estinzione dei fuochi, la fuga del re, il ritorno delle anime dei defunti, la licenza erotica, simula la regressione al Caos e consente all’uomo di liberarsi da quanto il tempo dell’anno trascorso ha logorato e di rigenerarsi con nuove energie.
La festa dei Lupercalia del 14 febbraio, dedicata a Fauno, oltre alla sua valenza purificatrice e di concessione della fecondità, possiede aspetti strettamente connessi al rientro momentaneo del caos, del disordine, dell’elemento irrazionale all’interno della città. Il sacerdozio dei Luperci, che esercitavano le loro funzioni per un solo giorno l’anno non ricoprendo nessuna altra funzione religiosa, è estremamente singolare e il carattere selvaggio del rituale è privo di ogni confronto: la nudità, la corsa sfrenata, il consumare gli exta sacrificali semicrudi, l’atto del colpire con fruste fatte con la pelle della capra sacrificata chiunque incontrassero (in modo particolare le donne che si offrivano spontaneamente ai colpi di frusta per propiziare la fecondità), sarebbero interpretabili secondo George Dumezil (G. Dumezil, Le problème de Centaures, Paris, 1929) come rappresentanti di un disordine demoniaco e brigantesco che ritualmente, alla fine di ogni anno, si contrapponeva all’ordine civile sotto l’egida di Fauno-Luperco che, come antenato dei Romani, aveva il suo posto d’onore nel mese in cui si onoravano gli antenati.


