16 novembre 2009

Tutto quello che puoi fare, o sognare di poter fare, incomincialo.


"Fino a che uno non si compromette, c’è esitazione, possibilità di tornare indietro e sempre inefficacia.
Rispetto a ogni atto di iniziativa (e creazione) c’è solo una verità elementare, l’ignoranza uccide innumerevoli idee e splendidi piani.
Nel momento in cui uno si compromette definitivamente, anche la provvidenza si muove. Ogni sorta di cose accade per aiutare, cose che altrimenti non sarebbero mai accadute.
Una corrente di eventi ha inizio dalla decisione, facendo sorgere a nostro favore ogni tipo di incidenti imprevedibili, incontri e assistenza materiale, che nessuno avrebbe sognato potessero venire in questo modo.
Tutto quello che puoi fare, o sognare di poter fare, incomincialo.
Il coraggio ha in sé genio, potere e magia. Incomincia adesso.’’
Wolfgang J. Goethe

E così ho oltrepassato un'altra soglia. Da oggi sono entrata nella terra dell'etnografia ed etnomuseologia italiana. Sarà una regione? Uno stato? Un continente? Speriamo non sia un'isola...



03 novembre 2009

Claude Levy-Strauss. 1908-2009

…il mestiere di etnologo mi ha insegnato progressivamente a pensare non in termini di decenni, e neppure di secoli, ma di millenni, anzi, di decine di millenni, dunque quando parlo di questo secolo penso che tra due o tremila anni non se ne saprà più nulla…Pensiamo a tante cose come importanti, ma se le collochiamo nel tempo scompaiono. Ciò non toglie che mi interessino.”

Claude Lévi-Strauss, 28 novembre 1908 – 30 ottobre 2009, Sagittario.

Tratto da Repubblica del 21 novembre 2008, “Un pomeriggio col professore”, di Bernardo Valli


30 ottobre 2009

Il punto zero delle porte


“Le porte appartengono al passato, benché nei concorsi di architettura ci devono essere ancora le porte di servizio.”
(Robert Musil, Porte e portoni, da Pagine postume pubblicate in vita, Einaudi 2004)
A dirlo era Robert Musil, nel1936.
Sicuramente non c’erano ancora i citofoni, tanto meno i videocitofoni, e probabilmente non c’erano ancora gli spioncini a lenti a consentire di vedere, non visti, la dimensione altra.
L’apertura delle porte con riconoscimento dell’impronta digitale non era riuscita a materializzarsi nemmeno nei sogni dei più fantasiosi individui dell’epoca… Musil non parlava della porta tagliafuoco, o della porta allarmata (orrendo neologismo), neppure di quella corrazzata … ma di una porta che “consiste in una cornice rettangolare di legno infissa nel muro alla quale è applicato un battente girevole”.
Ai nostri giorni quasi un oggetto d’antiquariato.
Battenti fatti “di noce o di quercia, come usava ancora poco tempo fa nelle case per bene” che, forse a causa di un karma negativo, degradano dalla loro funzione originaria di difendere e rappresentare la sacralità dello spazio domestico a quella di sportelli da dispensa dentro cucine trendy fotografate nei giornali di arredamento.
Di oggetti che perdono la loro funzione per assumerne un’altra, uscendo dalla quotidianità, dalle soffitte e poi, molto velocemente, anche dalla memoria ce ne sono una infinità…
Interessantissimo, a questo proposito, il progetto dell’IMC, istituto dei Musei Comunali di Sant’Arcangelo, Oggetti obsoleti del contemporaneo”, che raccoglie la memoria di oggetti che stanno per arrivare al loro “punto zero”, ancora presenti nel nostro quotidiano ma ormai non più utilizzati nella loro funzione originaria , “prendono vie diverse: dai musei ai collezionisti, sepolti in cantina o definitivamente dissolti nel tempo e solo ricordati”…

25 settembre 2009

Liminalità creativa


"La parola sarebbe stata all’inizio un simbolo magico che l'usura del tempo ha deprezzato. Il poeta avrebbe la missione di restituire alla parola, almeno parzialmente, la sua primitiva ed oggi nascosta virtù. Due doveri avrebbe ogni verso: comunicare un fatto preciso e toccarci fisicamente, come la vicinanza al mare." 
(J.L.Borges, Tutte le opere, vol.II, Mondadori, Milano 1985, p. 559)

Così Borges nel prologo della raccolta di poesie “La rosa profonda” che raccoglie testi scritti tra il 1972 e il 1975.
Sono presenti molti dei temi a lui cari: le maschere, la nostalgia della spada, le ombre tutelari, gli inventari e le enumerazioni, l'arbitrio del tempo umano, l'inesorabilità del destino, gli specchi, i miti, gli animali.
Sempre nel prologo Borges accenna al “processo” che guida la genesi delle sue opere, una interessante posizione di liminalità creativa: 

"Comincio con l'intravvedere una forma, una specie di isola remota, che sarà poi un racconto o una poesia . Vedo la fine e vedo l'inizio, ma non ciò che si trova in mezzo. Questo mi viene rivelato gradualmente, quando gli astri o il caso sono propizi. Più di una volta devo ripetere il cammino nella zona d'ombra". 
(J.L.Borges, Tutte le opere, vol.II, Mondadori, Milano 1985, p. 661)

Habla un busto de Jano (J. L. Borges, “La rosa profunda”, 1975)

Nadie abriere o cerrare alguna puerta
sin honrar la memoria del Bifronte,
que las preside. Abarco el horizonte
de inciertos mates y de tierra cierta.
Mis dos caras divisan el pasado
y el porvenir. Los veo y son iguales
los hierros, las discordias y los males
que Alguien pudo borrar y no ha borrado
ni borrará. Me faltan las dos manos
y soy de piedra inmóvil. No podría
precisar si contemplo una porfía
futura o la de ayeres hoy lejanos.
Veo mi ruina: la columna trunca
y las caras, que no se verán nunca.


Parla un busto di Giano (J. L. Borges, “La rosa profonda”, 1975)

Che nessuno apra o chiuda alcuna porta
Senza onorar la memoria del Bifronte,
Che le presiede. Abbraccio l’orizzonte
Dei mari incerti e della terra certa.
I miei due volti scorgono il passato
E il futuro. Li vedo e sono uguali
I ferri, le discordie e i molti mali
Che Chi poteva non ha mai annullato
Né annullerà. Mi mancano le mani
E sono pietra immobile. Non posso
Precisare se contemplo una lotta
Del futuro o degli ieri, oggi lontani.
Vedo la mia fine: la colonna tronca
E le facce, che giammai si vedranno.

(L'immagine è di Mercedes Varela, Cartel de la Exposicion: "Borges en la Biblioteca Nacional de Buenos Aires"

14 agosto 2009

Nella "camera chiara"....


Nelle prime pagine de "La Camera chiara" Roland Barthes definisce la fotografia come appartenente a "...quella classe di oggetti fatti di strati sottili di cui non è possibile separare i due foglietti senza distruggerli: il vetro e il paesaggio, e perchè no: il bene e il male, il desiderio e il suo oggetto...."
Più avanti scrive una nota su una foto scattata da Charles Clifford all'Alhambra di Granada nel 1854. Niente di monumentale, "Una vecchia casa, un portico in ombra, un tetto di tegole..." che se non fosse per quella "sbiadita decorazione araba" che si percepisce appena nella bifora e nell'ogiva dell'arco, potrebbe essere una vecchia casa di un borgo toscano o provenzale... Una fotografia antica che lo commuove "perchè, molto semplicemente, è là che vorrei vivere...io ho voglia di vivere là, in consonanza..."
Consonanza è un termine prettamente legato al mondo dei suoni, che qui, in un contesto che è invece incentrato sulle immagini, sul senso della vista, Barthes enfatizza con l'uso del corsivo, specificando poi che "tale consonanza non è mai soddisfatta dalla foto turistica".
Le fotografie di paesaggi, urbani o di campagna, devono essere "abitabili", suscitare in lui un "desiderio di abitazione", possedere una sonorità morbida e gradevole, che si diffonda da quegli "strati sottili" di cui sono fatte ad indicare che il varco è aperto alla realizzazione di un "desiderio di abitazione...fantasmatico" che "nasce da una sorta di veggenza che sembra portarmi avanti, verso un tempo utopico o riportarmi indietro, non so verso quale regione di me stesso: duplice movimento che Baudelaire ha cantato nell’ Invitation au voyage e nella Vie antérieure."
E' dunque una percezione estesa quella con cui Barthes coglie "l'essenza del paesaggio": ultra-grafia di luce e suono, premonizione e rammemorazione di "paesaggi prediletti" dove è come se fosse "sicuro di esserci già stato o di doverci andare".





15 luglio 2009

La porta di Lohapol


La città di Jodhpur, nel Rajasthan, fondata nel 1459 da Rao Jodha fu molto ricca grazie al commercio di oppio, legno di sandalo, datteri e rame. Il regno dei Rathore, cui apparteneva Rao Jodha, era anche chiamato Marwar, ovvero “Terra della Morte”, certo la Jodhpur attuale non conserva niente che ricordi la sua terribile fama, ma qualcosa di inquietante ancora c’è…
Il Meherangarh, tuttora gestito da maharaja di Jodhpur è una fortezza dalla formidabile struttura architettonica: l’accesso è consentito da ben sette porte, la Jayapol, costruita dal maharaja Man Singh nel 1806 dopo la vittoria riportata sugli eserciti di Jaipur e Bikaner, la Fatehpol, la Porta della Vittoria, eretta dal maharaja Ajit Singh per commemorare la sua vittoria sui Moghul. L’ultima porta è la Lohapol, la Porta di Ferro, accanto alla quale
, appena dopo l'entrata, si notano le impronte rosse di una trentina di piccole mani: ricordo del “sati” delle vedove del maharaja Man Singh, che si gettarono sulla sua pira funerea nel 1843, dicono le guide locali che nessuna di loro emise neppure un gemito.

L’onore di una fortezza del Rajasthan non era rappresentato soltanto dagli assedi a cui resisteva, ma anche dal numero di sati avvenute nel momento nelle sconfitte. Prima di immolarsi le donne lasciavano l’impronta delle loro mani sulle mura della fortezza, dopo averle immerse nell’hennè rosso: quello che ai nostri occhi appare come il triste ricordo di decine di sfortunate spose-bambine è, in realtà, il modo in cui l’ultima porta del Meherangarh proclamava la sua inviolabilità.

Il termine sanscrito sati indica la vedova che si immola sulla pira o sulla tomba del marito, la radice è la stessa di satya =verità o sentiero virtuoso. Sati, nipote di Brahma creatore dell’universo, è la prima consorte di Shiva che, adirata con il padre che aveva umiliato suo marito, si gettò nel fuoco pregando, fino alla morte.
Il rituale dell’autoimmolazione, la cui attestazione in India risale almeno al I secolo a.C., era assai diffuso e le impronte di mani, come quelle sulle mura del forte Jodhpur, indicavano dove le sati si sacrificavano dopo la morte in battaglia dei loro mariti.
I motivi profondi che sottendono al rituale sono ancora profondamente radicati in molte zone dell’India rurale e nel Rajasthan, attuale centro di culto della dea Sati Màtà. Dopo la proibizione inglese del 1829, la pratica del “suttee” cominciò a scomparire in tutta l’India, ma nel Rajasthan è continuata fino ad oggi in alcuni dei più remoti villaggi, dove ne sono stati registrati almeno 40 casi dalla proclamazione dell’indipendenza.
Nel 1987 il caso di Roop Kanwar, una studentessa universitaria diciottenne che si suicidò sulla pira del marito in abiti nuziali, scosse l'India con un duro dibattito. La ragazza aveva guidato il corteo funebre e si era seduta sulla pira con in grembo il capo del marito morto. La famiglia aveva acceso il fuoco di fronte a centinaia di spettatori e al termine aveva offerto alle ormai migliaia di presenti un banchetto in onore della nuova Sati Mata. Uno degli ultimi casi è avvenuto nel Maggio del 2005 in un villaggio dell' Uttar Pradesh. La donna aveva 70 anni e i figli assicurano di non essersi accorti di nulla. A Marzo dello stesso anno una folla immensa si era riunita nel distretto di Pali in Rajasthan dove si era sparsa la voce che un'altra donna stava per immolarsi sulla pira del marito. Dopo violenti scontri con le forze dell'ordine, la donna è stata arrestata.

15 giugno 2009

Larga è la foglia...


La nonna mi raccontava meravigliose favole, favole per me, giacché era della sua vita di bambina vissuta in collegio all’inizio del secolo che raccontava...ricordo alla perfezione le avventure, i particolari, i nomi, le atmosfere nella penombra della sua enorme stanza da letto, in un palazzo austero del centro di Roma, in certe sere d’estate che trascorrevo insieme a lei con la sensazione di vivere un’avventura esotica. Abituata ad un appartamento moderno arredato in puro stile svedese anni 60, percepivo quei soffitti altissimi, quei mobili imponenti, pieni di fiori, frutti e teste di leone come le quinte di un palcoscenico tra le quali comparivano dal buio improvvise figurette di bambine con polacchine e vestitini a quadri, colletti inamidati e capelli inanellati a rappresentare solo per me il racconto di quei capolavori di astuta ingenuità e di incosciente crudeltà di cui solo i bambini (le bambine…) sanno essere capaci.

Poi vinceva il sonno, le palpebre cominciavano a cedere, le immagini diventavano confuse…era il momento della “foglia”…lottavo con tutte le mie forze perché mia nonna non capisse che stavo sul punto di addormentarmi, perché non pronunciasse l’insesorabile …"Larga la foglia, stretta la via dite la vostra che ho detto la mia”

Quella “foglia larga” la odiavo con tutto il cuore. Ma poi che voleva dire? Improvvisamente vedevo le bimbette fin de siècle salutarmi con quella enorme foglia verde tra le mani, fare l’inchino e sgattaiolare ridendo dietro le quinte del mio teatro…"No, nonna non dirlo, continua a raccontare…” ma già lei mi dava la buonanotte e si allontanava nel buio…la misteriosa, enorme foglia aveva vinto ancora una volta…

Solo pochi giorni fa leggo in rete:“...si tratta di una trascrizione errata della parola soglia dovuta alla somiglianza tra la resa grafica in corsivo della s e quella della f…” e continuando a cercare noto anche che esiste una alternanza nel proverbio che a volte recita anche “Stretta è la foglia, larga la via…”

Incredibile!

Fin dall’infanzia una soglia disturbava i miei sonni….

05 giugno 2009

Soglie Templari. La Pieve di Sticciano


E' una chiesa del X secolo, situata in un borgo arroccato su un'altura della maremma toscana che guarda verso sud ovest la terra che degrada verso il mare. 

Invito a leggere l'interessante articolo di Claudia Cinquemani Dragoni. Riassumo qualche cenno sul portale.

Al centro dell'architrave è incisa una croce patente, di cui solo due bracci sono biforcuti. Il lato destro presenta subito accanto un Fiore della Vita.  E' una sorta di fiore del loto a sei petali. Lo si trova già in decorazioni egizie e nella civiltà di Ur, nella cultura Micenea, sui Calabash della Guinea, nell'antica Cina, tra i Celti, in monete ed altri oggetti etruschi e steli Fenicie, oltre che in altri esempi di scultura romanica. E' uno dei simboli più diffusi nelle chiese Templari. Tra queste il Duomo di Sovana, in una Pieve di Arcidosso ed a San Galgano.

Il lato sinistro dell'architrave è stranamente disadorno, asimmetrico. Riporta unicamente un motivo a zig-zag, il cui elemento è antichissimo, comparendo fin da terracotte dell'età del bronzo e nella cultura villanoviana, ma anche in Messico e tra i Dogon, in Egitto.

A lato dello stipite di sinistra sono incisi tre cerchi. In tutti è presente l'elemento della quaternità. Il primo è il fiore dell'Apocalisse, il secondo è un glifo della Terra, il terzo la Gerusalemme Celeste.  Quando ho visitato il luogo, quest'ultimo simbolo era stato maldestramente coperto da un intervento di consolidamento.

E' interessante considerare che queste incisioni potrebbero aver avuto anche funzione pratica. Era infatti importante conoscere le fasi astrali per la realizzazione dell'opera e potevano essere usati come meridiane per l'orientamento verso la Terrasanta.  Orientarsi nel cammino per Gerusalemme allo stesso modo che nel cammino verso il Divino.

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22 maggio 2009

La casa di Asterione (una casa senza porte)


"E la regina dette alla luce un
figlio che si chiamò Asterione"
Apollodoro, Biblioteca, III, 1

So che mi accusano di superbia, e forse di misantropia, o di pazzia. Tali accuse (che punirò al momento giusto) sono ridicole.
È vero che non esco di casa, ma è anche vero che le porte (il cui numero è infinito) restano aperte giorno e notte agli uomini e agli animali. Entri chi vuole. Non troverà qui lussi donneschi né la splendida pompa dei palazzi, ma la quiete e la solitudine.
E troverà una casa come non ce n'è altre sulla faccia della terra. (Mente chi afferma che in Egitto ce n'è una simile.)
Perfino i miei calunniatori ammettono che nella casa non c'è un solo mobile. Un'altra menzogna ridicola è che io, Asterione, sia un prigioniero. Dovrò ripetere che non c'è una porta chiusa, e aggiungere che non c'è una sola serratura? D'altronde, una volta al calare del sole percorsi le strade; e se prima di notte tornai, fu per il timore che m'infondevano i volti della folla, volti scoloriti e spianati, come una mano aperta. Il sole era già tramontato, ma il pianto accorato d'un bambino e le rozze preghiere del gregge dissero che mi avevano riconosciuto. La gente pregava, fuggiva, si prosternava; alcuni si arrampicavano sullo stilobate del tempio delle Fiaccole, altri ammucchiavano pietre. Qualcuno, credo, cercò rifugio nel mare. Non per nulla mia madre fu una regina; non posso confondermi col volgo, anche se la mia modestia lo vuole.

La verità è che sono unico. Non m'interessa ciò che un uomo può trasmettere ad altri uomini; come il filosofo, penso che nulla può essere comunicato attraverso l'arte della scrittura. Le fastidiose e volgari minuzie non hanno ricetto nel mio spirito, che è atto solo al grande; non ho mai potuto ricordare la differenza che distingue una lettera dall'altra. Un'impazienza generosa non ha consentito che imparassi a leggere. A volte me ne dolgo, perché le notti e i giorni sono lunghi.

Certo, non mi mancano distrazioni. Come il montone che s'avventa, corro pei corridoi di pietra fino a cadere al suolo in preda alla vertigine. Mi acquatto all'ombra di una cisterna e all'angolo d'un corridoio e giuoco a rimpiattino. Ci sono terrazze dalle quali mi lascio cadere, finché resto insanguinato. In qualunque momento posso giocare a fare l'addormentato, con gli occhi chiusi e il respiro pesante (a volte m'addormento davvero; a volte, quando riapro gli occhi, il colore del giorno è cambiato). Ma, fra tanti giuochi, preferisco quello di un altro Asterione. Immagino ch'egli venga a farmi visita e che io gli mostri la casa. Con grandi inchini, gli dico: "Adesso torniamo all'angolo di prima," o: "Adesso sbocchiamo in un altro cortile," o: "Lo dicevo io che ti sarebbe piaciuto il canale dell'acqua," oppure: "Ora ti faccio vedere una cisterna che s'è riempita di sabbia," o anche: "Vedrai come si biforca la cantina." A volte mi sbaglio, e ci mettiamo a ridere entrambi.

Ma non ho soltanto immaginato giuochi; ho anche meditato sulla casa. Tutte le parti della casa si ripetono, qualunque luogo di essa è un altro luogo. Non ci sono una cisterna, un cortile, una fontana, una stalla; sono infinite le stalle, le fontane, i cortili, le cisterne. La casa è grande come il mondo. Tuttavia, a forza di percorrere cortili con una cisterna e polverosi corridoi di pietra grigia, raggiunsi la strada e vidi il tempio delle Fiaccole e il mare. Non compresi, finché una visione notturna mi rivelò che anche i mari e i templi sono infiniti. Tutto esiste molte volte, infinite volte; soltanto due cose al mondo sembrano esistere una sola volta: in alto, l'intricato sole; in basso, Asterione. Forse fui io a creare le stelle e il sole e questa enorme casa, ma non me ne ricordo.

Ogni nove anni entrano nella casa nove uomini, perché io li liberi da ogni male. Odo i loro passi o la loro voce in fondo ai corridoi di pietra e corro lietamente incontro ad essi. La cerimonia dura pochi minuti. Cadono uno dopo l'altro; senza che io mi macchi le mani di sangue. Dove sono caduti restano, e i cadaveri aiutano a distinguere un corridoio dagli altri. Ignoro chi siano, ma so che uno di essi profetizzò, sul punto di morire, che un giorno sarebbe giunto il mio redentore. Da allora la solitudine non mi duole, perché so che il mio redentore vive e un giorno sorgerà dalla polvere. Se il mio udito potesse percepire tutti i rumori del mondo, io sentirei i suoi passi. Mi portasse a un luogo con meno corridoi e meno porte! Come sarà il mio redentore? Sarà forse un toro con volto d'uomo? O sarà come me?

Il sole della mattina brillò sulla spada di bronzo. Non restava più traccia di sangue.
"Lo crederesti, Arianna?" disse Teseo. "Il Minotauro non s'è quasi difeso.

Jorge Luis Borges, L'aleph, Feltrinelli 1952 (... il libro più bello che ho ricevuto in regalo...)


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10 maggio 2009

Porta e catenaccio sappiano...


Nella Mesopotamia del  del I millennio a.C. l'aria era oscurata da potentissimi stormi di demoni, ipostasi dei fenomeni naturali più violenti o degli eventi morbosi che colpivano gli uomini. Perfino gli dei potevano essere attaccati dai demoni. La richiesta di protezione, sotto forma di preghiera, di sacrificio, di rituali sempre più complessi,  divenne  ossessiva, la medicina si trasformò in esorcismo. La maggior parte di tutto quello che si conosce sulle pratiche contro i demoni proviene dalla collezione raccolta da Assurbanipal a Ninive attorno al 630 a.C.: migliaia di tavolette, appartenute alla biblioteca di Ninive, descrivono esorcismi, auspici e pratiche divinatorie. Appartengono allo stesso periodo molte migliaia di amuleti apotropaici da portare al collo o la polso, su di essi è di solito raffigurato il demone da cui ci si vuole proteggere sormontato da sacerdoti in atto rituale, spesso è riportato anche un testo di scongiuro, ad esempio come questo:
"Incantesimo.
 Quello che si è avvicinato alla casa mi fa fuggire dal letto per lo spavento,
 mi strazia, mi fa veder incubi.
 Al dio Bine, portinaio del mondo degli Inferi,
 possano essi designarlo,
 per decreto di Ninurta, principe del mondo degli Inferi.
 Per decreto di Marduk, che risiede nell' Esagila a Babilonia.
 Porta e catenaccio sappiano che io sono sotto la protezione dei due Signori.
 Incantesimo" 

per l'iscrizione dell'amuleto: H.W. Saggs, The Greatness That Was Babylon, 1962)  

Nell'immagine, che ho preso da http://www.arcadia93.org/demonimesop.html,  il combattimento mitologico fra il demone Asag (Ashakku) e il dio Ninurta. 

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15 aprile 2009

A guardia del mandala


Nel "Libro tibetano dei morti", precisamente nel sesto giorno delle visioni delle divinità pacifiche, appaiono i quattro custodi del mandala. Sono divinità protettrici dall’indole semicollerica che sorvegliano l’accesso alle quattro porte del mandala ed alle relative quattro regioni cosmiche.
Le loro sembianze sono umane, il volto è adirato e posseggono il terzo occhio, l’occhio della conoscenza superiore: Vijaya è il custode bianco che sorveglia la porta orientale, unito in polarità tantrica alla sua consorte Vajrankusi: attributi di Vijaya sono una kapala ed una campana, Vajrankusi porta invece un uncino di ferro.
In corrispondenza della porta meridionale compare tra rosse fiamme, in piedi su un fiore di loto, l’adirato Yamantaka, di colore giallo con la sua compagna Vajrapasi: Yamantaka ha nelle mani un laccio e una campana.
La porta occidentale è custodita dalla coppia Hayagriva, il custode rosso, e Vajrasrnkala. Hayagriva ha una testa di cavallo tra i capelli e regge una catena di ferro, o una clava avvinghiata da serpenti e la campana. La coppia verde Amrtakundalin e Vajraghanta, sorveglia la porta settentrionale, armata di vajra a forma di croce e di campana.

Dettagli a parte, il Mandala è per me il più sofisticato sistema a livello simbolico creato dall'uomo per rappresentare la complessità del mondo e dell'universo intero.
C'e dentro il riferimento all'energia nelle quattro forme; c'è la trasformazione dell'energia in materia; ci sono gli elementi chimici; c'è la materia che evolve e diventa vita; c'è la struttura del dna; c'è la mappa del tempo; ci sono le epoche e le stagioni; ci sono le funzioni della mente; c'è come il pensiero diventa storia e come la storia diventa polvere; ci sono i complessi psicologici ed il loro divenire società; c'è lo specchio di ognuno; c'è l'esterno e c'è l'interno; c'è l'espansione dell'universo e la sua contrazione; c'è la creazione e l'entropia; c'è il principio e, contemporaneamente, la fine.

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02 aprile 2009

Etruscan places



“Oltrepassammo il ponte: in fondo al selciato, il muro basaltico del castello ci sbarrava il passo e la cavallina sembrava andare a sbatterci contro il muso. La stradicciola, tuttavia, girava a sinistra, passando sotto l’arco di una porta…Superammo di qualche metro il rudere e scendemmo su uno spiazzo erboso che si affacciava sul burrone.
Era un posto meravigliosamente romantico.
L’antico ponte innalzato per la prima volta dagli etruschi di Vulci in blocchi di tufo nerastro, si leva nell’aria strano e curvo come una bolla. Una quarantina di metri più sotto, in fondo al burrone pieno di rovi, scorre il torrente, mentre il ponte si staglia nel cielo come un solitario arcobaleno nero, con lo spicco di una forma perfetta da lungo tempo dimenticata…
Addossata al ponte da questo lato, c’è la nera costruzione del castello quasi tutto diroccato, con sterpaglie che spuntano fuori dagli spalti e dalla cima della torre…Tutto intorno c’è un senso di vuoto particolare…”

(D.H. Lawrence, Paesi etruschi, Nuova Immagine Editrice, Siena 1985)

Il ponte della Badia di Vulci è uno dei tanti “ponti del Diavolo” toponimo molto comune, come comune è la storia che per ciascuno di essi si racconta: costruttori di ponti o viandanti che per riuscire a superare l’ostacolo posto dal fiume, chiedono aiuto al diavolo. Il Diavolo accetta e chiede tradizionalmente in cambio l’anima della prima creatura che lo attraverserà, restando poi gabbato dall’astuzia dell’antagonista, spesso un santo, che sempre riesce a far traversare il ponte ad un cane, ad un gatto, o addirittura ad una forma di formaggio.
 
Si dice che il ponte di Vulci costò al diavolo tanta fatica da costringerlo ad asciugarsi il sudore con un fazzoletto che è rimasto là, racchiuso in una delle stalattiti pendenti ai lati del ponte stesso.

Le fonti più autorevoli sull’argomento sono Mircea Eliade (I Riti del costruire. Jaca Book, 1990) e Anita Seppilli (Sacralità dell’acqua e sacrilegio dei ponti, Sellerio 1977), ma,  solo per  appassionati di raffinata fantarcheologia rigorosamente made in Italy c'è anche dell'altro...


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21 marzo 2009

Riti di primavera


Credendo erroneamente che l’aspetto rituale fosse in aperto contrasto con ogni categoria connessa alla “modernità” si è, per un lungo periodo, considerato il rito come elemento eminentemente tradizionale e quindi opposto ed estraneo alla configurazione mentale dell’uomo moderno, in una logica dicotomica che opponeva tradizione a modernizzazione. 
Ma non è solo per le intuizioni di grandi studiosi del comportamento umano e della psiche – Freud e Jung in testa –che si è compreso come le società contemporanee, in realtà, abbiano vissuto una revitalizzazione delle pratiche simbolico-rituali causata dal bisogno di identità e senso di appartenenza che proprio la modernizzazione aveva indotto: di fatto i comportamenti simbolico-rituali moderni agiscono sulla personalità e condizionano le dinamiche dei ruoli e degli status sociali. E’ altresì evidente che tale funzione del rito esula totalmente dalla spiccata connotazione sacrale propria del passato, per approdare ad una funzione prevalentemente conservativa, che svela al singolo il significato degli eventi sociali e fornisce al gruppo uno strumento per la conservazione ed il mantenimento dell’identità sociale. Strumento delicato e pericoloso se, oltre alla funzione di mantenimento dell’ identità sociale, viene ulteriormente manipolato per creare modelli di riferimento stereotipati, identità collettive che attraverso “ritus-simbol” basati prevalentemente sui consumi di massa, garantiscono l’immediato riconoscimento dell’appartenenza ad un gruppo sociale.
La strumentalizzazione commerciale e senza scrupoli del rito è, purtroppo, una miniera inesauribile: l’uomo moderno, forse più di quello antico, inventa continuamente, spinto da un principio molto simile a quello che Lévi-Strauss chiamò” principio di sostituzione”, modalità comportamentali funzionali alla facilitazione dei rapporti sociali: non appena un ingrediente del processo manca, lo si sostituisce con un altro simile. La tradizione non è poi così conservativa come la si suppone, ma possiede margini sorprendentemente elastici. La ritualizzazione della vita quotidiana, le regole volte a definire i rapporti individuali sono il fondamento della socialità collettiva e, tanto più questa strumentalizza i comportamenti rituali svuotandoli dei loro significati originari, tanto più quegli stessi significati originari emergono di nuovo, ad un livello minore, cioè quello della socialità primaria, dando origine a nuovi comportamenti rituali, prontamente captati dal sistema capitalistico, che li inserisce immediatamente in sistemi di consumo basati essenzialmente sulla necessità degli individui di essere rappresentati socialmente da quello che si ”possiede” e non più da quello che si “è”.
Antropologi, etnologi, sociologi, psicologi, che conoscono profondamente i dispositivi simbolici basilari della vita sociale, possono portare alla luce molte dimensioni nascoste che sfuggono ai più, ma che sono invece attentamente analizzate da chi non solo riesce a trasformare la naturale tendenza alla ritualità in opportunità commerciale, ma addirittura a trasformare le tradizioni popolari più innocue in saghe violente di identità etniche nuove di zecca.

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17 febbraio 2009

"Timeo ianuas" (licenza carnascialesca)


“Un uomo impazzì per avere troppo profondamente riflettuto sull’azione di aprire e di chiudere una porta.
Egli si mise a paragonare la conclusione delle discussioni umane a quel movimento che, nei due casi, è assolutamente lo stesso, benché diverso ne sia il risultato.”

H. de Balzac, “Teoria dell’andatura”, in H. de Balzac, “Patologia della vita sociale”, Torino, Boringheri, 1992
Balzac pubblicò la Teoria dell’andatura in cinque puntate, fra l’agosto e il settembre del 1833, sulle pagine de “L’Europe Littéraire”.


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11 febbraio 2009

Soglie e simboli negli antichi calendari: Februarius


Il calendario romano di età romulea comprendeva solo 10 mesi: quattro (marzo, aprile, maggio e giugno) avevano nomi propri, mentre gli altri sei avevano nomi derivati dalla loro posizione (quintilis, sextilis, september, ecc.) probabilmente perché aggiunti in un secondo tempo ad una antichissima forma calendariale che computava solo i mesi primaverili, nota agli antichi presso gli Egiziani e gli Arcadi. L’anno romuleo, basato su mesi siderali, coincideva con il ciclo della gravidanza delle donne, che a sua volta coincideva con quello dei bovini e con il ciclo di maturazione del farro. A Numa viene tradizionalmente attribuita una riforma del calendario, che tra l’altro, vide l’inserimento dopo il mese di Dicembre di altri due periodi di circa 30 giorni, Ianuarius e Februarius. Benché siano i primi dieci mesi del calendario ad accogliere le feste più antiche, quelle in collocate nel più “moderno” Februarius rivestono particolare rilievo e costituiscono una preziosa testimonianza sulla necessità del rientro temporaneo dell’elemento caotico-primordiale all’interno dello spazio e del tempo organizzati e definiti.

Febbraio è il mese che realizza i presupposti del rinnovamento annuale, che si compirà con Marzo, primo mese del calendario, contenendo festività segnatamente riferite alla conclusione del ciclo temporale dell’anno. Nei riti annuali finalizzati alla “rigenerazione” compare la sospensione del tempo calendariale, essa corrisponde all’ apertura di un ciclo temporale mitico che, mediante lo svolgimento di riti particolari come l’estinzione dei fuochi, la fuga del re, il ritorno delle anime dei defunti, la licenza erotica, simula la regressione al Caos e consente all’uomo di liberarsi da quanto il tempo dell’anno trascorso ha logorato e di rigenerarsi con nuove energie.

La festa dei Lupercalia del 14 febbraio, dedicata a Fauno, oltre alla sua valenza purificatrice e di concessione della fecondità, possiede aspetti strettamente connessi al rientro momentaneo del caos, del disordine, dell’elemento irrazionale all’interno della città. Il sacerdozio dei Luperci, che esercitavano le loro funzioni per un solo giorno l’anno non ricoprendo nessuna altra funzione religiosa, è estremamente singolare e il carattere selvaggio del rituale è privo di ogni confronto: la nudità, la corsa sfrenata, il consumare gli exta sacrificali semicrudi, l’atto del colpire con fruste fatte con la pelle della capra sacrificata chiunque incontrassero (in modo particolare le donne che si offrivano spontaneamente ai colpi di frusta per propiziare la fecondità), sarebbero interpretabili secondo George Dumezil (G. Dumezil, Le problème de Centaures, Paris, 1929) come rappresentanti di un disordine demoniaco e brigantesco che ritualmente, alla fine di ogni anno, si contrapponeva all’ordine civile sotto l’egida di Fauno-Luperco che, come antenato dei Romani, aveva il suo posto d’onore nel mese in cui si onoravano gli antenati.

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01 febbraio 2009

An angel passes


Come Giano nel mondo romano anche in quello greco un dio dalle molte facce presiede le porte: Hermes. I suoi epiteti sono puledòkos, colui che ronza attorno a le porte, pulaios e thuraios, aggettivi entrambi derivanti da “porta”. Insieme ad Hestia abita, come recita l’inno omerico ad Hestia, “…nelle belle dimore degli uomini che vivono sulla superficie della terra, con sentimenti di mutua amicizia”.
Mentre Hestia è il focolare circolare, il centro attorno al quale la casa si radica nella terra, Hermes è la transitabilità della soglia: “Non c'è niente, in lui, di fisso, di stabile, di permanente, di circoscritto, né di chiuso. Egli rappresenta, nello spazio e nel mondo umano, il movimento, il passaggio, il mutamento di stato, le transizioni, i contatti tra elementi estranei. Nella casa, protegge la soglia, respinge i ladri perché è lui stesso il Ladro [...], per il quale non esistono né serrature, né recinto, né confine”. (J. P. Vernant, ”Hestia-Hermes. Sull’espressione religiosa dello spazio e del movimento presso i Greci”, in Mito e pensiero presso i Greci, pp. 147-200, To, 1978.)
Nel mondo romano a Hermes corrisponde Mercurio legato prevalentemente all’ambito dei commerci, ma considerato anche il padre dei Lari nati in seguito alla violenza su Tacita Muta durante il viaggio verso l’oltretomba.
Hermes, presente alle porte delle città, ai confini degli stati, agli incroci delle vie, deve forse il suo nome agli hermaion, mucchi di pietre che si trovano ai margini delle vie e su cui ogni passante aggiunge una pietra. Hermes, che conosce bene le strade e si orienta nelle tenebre, presiede anche alle tombe, porte del mondo infero: suo è il compito di portare i morti nell’aldilà ed essendo una divinità ubiquitaria cui è concesso circolare liberamente tra i due mondi, è anche addetto a riportarli tra i vivi. Banditore, commerciante, dio errante, padrone delle strade, introduce una dopo l'altra le stagioni ed è responsabile del passaggio dalla veglia al sonno e dal sonno alla veglia. Invisibile, governa e può provocare i cambiamenti di stato, l’imprevedibile, la sorte, sia essa buona o cattiva, e può essere ovunque: al cadere improvviso di una conversazione i Greci dicevano “Passa Hermes”, a significarne l’invisibilità, l’ubiquità, la sfuggevolezza, l’astuzia e, curiosamente, nel mondo anglosassone nello stesso frangente si dice tuttora: “E’ passato un angelo”. Da vero nume del passaggio Hermes è passato di epoca in epoca senza subire la crisi della religione classica che investe, invece, tutte le altre divinità olimpiche, e sopravvive anche con il cristianesimo. Il periodo ellenistico lo vedrà tornare in auge, assimilato a Thot e a Mercurio, e come Ermete Trismegisto, continuerà a sopravvivere attraverso l’alchimia e l’ermetismo almeno fino al XVII secolo. 

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18 gennaio 2009

Il doppio leone


"C’è un dio, o un concetto, egizio chiamato Aker, o anche Akerou. Il dio è rappresentato da due leoni seduti dorso contro dorso. Tra le schiene dei due animali c’è talvolta il disco del sole. Questa figura si chiama Rwti, ovvero il doppio leone, e rappresenta il dio, o la parola, Aker. Aker viene rappresentato come doppio leone (o come doppio cane o come Ieri e Domani) perché nella mitologia egizia quell’immagine simboleggia il momento della resurrezione del dio solare: ieri era morto, domani sarà di nuovo vivo. La mezzanotte, momento in cui il sole è nel punto più basso del suo corso e comincia a risalire, segna il passaggio dalla morte alla vita, dall’ieri al prossimo giorno. Il momento più basso dell’enantiodromia e della resurrezione è appunto Aker, poiché Aker significa “quel momento”.
(…) Già anticamente Aker è una parola che indica non solo il momento, ma anche il luogo e la situazione, la situazione di morte e resurrezione, di ieri e di domani, di resurrezione e rigenerazione del Dio sole. Talvolta Aker non viene rappresentato come il punto più profondo degli Inferi, ma come la porta dell’Aldilà custodita dal doppio leone. Così Aker è la fusione di due idee: è tanto l’entrata nell’Aldilà, il limen, quanto il punto più profondo degli inferi stessi."

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28 dicembre 2008

Storie di porte e di chiavi: la leggenda di Ys.


Racconta una antica leggenda della città bretone di Ys, costruita sotto il livello del mare e protetta da dighe le cui chiuse venivano aperte, di tanto in tanto, per permettere il ricambio e il flusso delle acque. Il re di Ys si chiamava Gradlon ed era padre della bellissima principessa Dahut, che portava sempre, appese al collo, le preziose chiavi delle chiuse. La principessa era una potente maga: grazie alle sue arti magiche aveva reso Ys una città meravigliosa, i cui abitanti erano talmente ricchi da usare solo utensili d'oro e d'argento. Ma come Dahut aveva un cuore arido ed era dedita solo al vizio ed al piacere, così i suoi sudditi, sedotti e corrotti dalla ricchezza e dal lusso, erano cattivi ed ingrati. Tutti si erano dimenticati di Dio, i poveri erano stati cacciati dalla città e l'unica chiesa era stata talmente trascurata da essersi perduta la chiave del suo portone.
Dahut giorno e notte organizzava feste frequentatissime e ricche di stupefacenti attrazioni, ma era perfida e scellerata e quando si innamorava di qualche avvenente frequentatore delle sue feste gli faceva dono di una maschera magica che gli avrebbe permesso di raggiungerla, segretamente, in una torre che si innalzava accanto alle chiuse. Ma il giorno dopo, allorché lo sciagurato avesse tentato di allontanarsi, la maschera prendeva vita e lo strangolava. Un servitore, allora, raccoglieva il cadavere e lo andava a gettare sul fondo di un precipizio che si trova tra Huelgoat e Poullauen.
Una notte, uno straniero entrò nella sala del palazzo di Dahut mentre era in corso una festa. Era accompagnato da un piccolo suonatore che suonò un passe-pied talmente indiavolato e così potente che nessuno riuscì a sottrarsi al desiderio di ballare e Dahut e i suoi amici si misero a danzare come le fiamme di un fuoco. Lo sconosciuto avvicinò la sua mano al collo della principessa che vorticava persa nella danza, si impadronì delle chiavi delle chiuse e fuggì. Intanto San Guénolé si era presentato in visita al re Gradlon, che viveva appartato nel suo castello, per avvisarlo che tutti gli abitanti della sua dissoluta città sarebbero stati presto puniti: "Sire, è necessario che la città sia punita. Andiamocene o anche noi saremo coinvolti in quello che succederà". Il re prese con sé quanto aveva di più caro e prezioso, montò sul suo cavallo nero e seguì il santo. Nel passare davanti alla diga, i due videro lo straniero tramutarsi in Demonio ed usare le chiavi della principessa per aprire tutte le chiuse delle dighe, mentre il mare cominciava a riversarsi in tumultuose cascate sulla città. Mentre il re Gradlon galoppava per le strade inseguito dalle onde rombanti, con le zampe posteriori del cavallo già immerse nell'acqua, la principessa Dahut lo vide e, terrorizzata, urlò perché lui la salvasse. Il re fermò il cavallo e chiamò in proprio aiuto il santo che gli consigliò di abbandonare la figlia, e poiché il re esitava, noncurante dell'acqua che continuava a salire, il santo toccò con il suo pastorale di vescovo la spalla della principessa, che scivolò nel mare e scomparve. Il cavallo riprese la sua corsa e raggiunse lo scoglio di Garrec dove si vede ancora l'orma dei suoi zoccoli. Lì Gradlon si inginocchiò per ringraziare Dio: quando sollevò il viso e si volse verso la sua bella città, non vide che una distesa d'acqua oscura e profonda, sulla cui calma superficie si specchiava la luce delle stelle.

(Evariste-Vital Luminais 1822-1896, Flight of King Gradlon, 1884, Musée des Beaux-Arts, Quimper)

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14 novembre 2008

The open door


William Henry Fox Talbot pubblica nel 1844 il primo libro illustrato con fotografie, “The pencil of Nature”.
Erano anni meravigliosi quelli.
Scienza e tecnica progredivano in maniera simultanea e simbiotica.
Daguerre, Bayard e Fox Talbot si contendono l’invenzione della fotografia: paternità incerte e scoperte casuali (si dice che Daguerre trovò una lastra sviluppatasi accidentalmente in un armadio per l’involontaria esposizione ai vapori di mercurio) fanno parte di ogni racconto delle origini che si rispetti.
In realtà ogni invenzione è la sintesi dell’esperienza accumulata in precedenza dai tentativi di molti ed in quanto tale appartiene all’intera umanità: è l’incrocio tra l’evento ed il tempo in cui accade, la fertilità del terreno in cui cade il seme, la ricettività del contesto culturale in cui avviene a determinare il successo di una invenzione.
Concatenazioni di eventi governati dal caso in perfetta sincronicità.


(La VI tavola di The pencil of nature è “The open door”: tra monumenti e nature morte, una umile porta, aperta e protetta da una scopa).

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21 ottobre 2008

Guardiani della soglia: grado zero.


L’incisione su una pietra trovata all’entrata di una grotta nel sito di Les Eyzies de Tayac in Francia, rappresenta il “grado zero” dei guardiani della soglia incontrati nel mio lungo soffermarmi sui luoghi del passaggio: è forse l’esemplare più antico di immagine antropomorfa - accompagnata da un elemento simbolico - posta vicino ad un varco. La figura, femminile, chiamata dai suoi ritrovatori “Venere di Laussel” ha infatti una età davvero venerabile: risale al paleolitico -12.000 anni avanti Cristo. La “signora” tiene nella mano destra un corno di bisonte inciso con tacche, una probabile rappresentazione della luna crescente e rivolge il capo in alto forse verso la luna, come a voler controllare la coincidenza tra i segni incisi sul corno, le fasi lunari, e quelle del ciclo femminile, alludendo, con la mano sinistra sul ventre, ad una possibile gravidanza, che giustificherebbe l’enfasi data alla figura dall’uso dell’ocra rossa di cui è ricoperta. La simbologia del corno è tradizionalmente legata alla fertilità e al buon auspicio, ma in questo caso la volontà di rappresentazione va oltre il semplice intento propiziatorio ed invita ad una riflessione più profonda ed articolata. Se le 30 tacche fossero una sorta di calendario lunare la Venere di Laussel avrebbe una funzione strumentale specifica: posta all’ingresso della grotta potrebbe indicare un luogo di isolamento per donne in condizione di “tabù” nei confronti della loro comunità: puerpere, incinte, o durante il ciclo mensile, secondo l’uso rituale, non solo antico ed esotico, ma presente anche in tempi e luoghi più vicini di quanto si possa immaginare, di confinare in un periodo/spazio di margine, donne e neonati, nella loro temporanea condizione di diversità/pericolosità fisiologico-sociale. 

Bibliografia:
L. Filingeri, La più antica rappresentazione della Luna, in www.paleolithicartmagazine.org 
AAVV, L’Art des cavernes. Atlas des grottes ornees paleolitithiques francaises (Atlas archelogique de la France) Paris, 1984
A. Leroi-Gourhan, Dizionario di Preistoria II, To 1992
A. Van Gennep, I riti di passaggio, Universale Bollati Boringhieri, 2005

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14 ottobre 2008

Le Tribu Aziendali


Indosso il mio copricapo da esploratrice, la sahariana, gli scarponcini tattici. Prendo lo zaino con dentro, oltre i consueti opportuni ricambi, il mio notes, la macchina fotografica/videocamera/registratore con una buona scorta di batterie. Pomata per gli insetti, antistaminico, pastiglie per purificare l’acqua etc. Trousse per il trucco. Forse esagero, ma stavolta mi devo addentrare nella intricata jungla delle organizzazioni, dove vivono una notevole quantità di tribù, disparate ed interessanti. Quasi sconosciute. Ancora una volta vado alla scoperta di nuove culture ‘altre’. Culture e subculture, nicchie che nascono, vivono ed a volte si estinguono proprio sotto i nostri occhi, spesso dentro costruzioni che sembrano termitai di acciaio, cemento e vetro.

Ormai è assodato, gli elementi paradigmatici sono gli stessi: tardizioni, riti, miti, strutture, funzioni intercoerenti. E le categorie sono le medesime: rapporti di potere, parentela, divisione dei compiti; riti di iniziazione e di passaggio; sistemi di conoscenze, leggi e norme. Linguaggi differenti, a seconda dei luoghi, storie; sistemi di economia endogena, attività di scambio, baratto, commercio con altre tribù aziendali o popolazioni del mondo ‘esterno’. Valori. Ideali. Religioni. Spesso diversissimi. Sistemi di valori quasi sempre instaurati da un fondatore e perpetrati dai suoi eredi o successori solennemente investiti. Vision e Mission.

Le categorie dell’antropologia si ripropongono perfettamente nella loro struttura/funzione, e nei modi. L’ingresso al recinto: il guardiano della soglia (l’addetto alla sicurezza). Il rito quotidiano per l’inizio o della fine delle attività (il ‘bip’ dei tesserini magnetici). Danze e formule rituali (le procedure di lavoro, i linguaggi – semantica e sintassi codificate). I riti ludico-sociali (la macchinetta del caffè/ il bar aziendale, il CRAL). I riti lustrali e di iniziazione (i nuovi assunti, l’addestramento con i saggi membri anziani, le prove di abilità). I riti di passaggio (promozione, pensionamento, nuove tecnologie) con annesse precise cerimonie. I culti ed i testi sacri (il bilancio, la conferenza del Presidente, il ‘regolamento organico’, il manuale della procedura, la circolare). Le figure topiche ed i ruoli specializzati: il capo (il direttore, l’amministratore delegato) e la sua corte, lo sciamano (l’informatico) ed i suoi adepti, il cacciatore (l’addetto alle vendite), il conservatore (l’esperto di normativa e di archivio). I saggi custodi di storie e memorie, spesso tramandate solo oralmente. I racconti storico-mitologici (il fondatore, le battaglie) ed i loro eroi (‘…una volta…quando c’era il rag. Rossi…e non c’erano i computer...”). Le tradizioni (gli auguri e l’agendina a Natale). Ma anche i costumi, le mode, i manufatti, il layout degli ambienti (porte chiuse, open space) la contaminazione da culture di altre tribù limitrofe. Nuove etnie concettuali. Universi in movimento. E tutti quanti, per la legge della natura, più cercano di rimanere stabili e più cambiano e si evolvono.

Forse qualcuno non ci crederà, ma questa prospettiva può essere utilizzata per analizzare le organizzazioni e le imprese e proporre interventi di adattamento miglioramento o eventuali soluzioni in contesti problematici, affiancando al lavoro dei soliti consulenti aziendali (organizzativi, finanziari ecc.) anche quello dell’antropologo. Sono qui, fatemi sapere.

Per chi vuole, intanto, una bibliografia essenziale.


M. Santoro, L’antropologo in azienda, FOR 33, Franco Angeli, 1997

P. Gagliardi, Le imprese come culture, ISEDI, Milano, 1995

C. Geertz, Interpretazione di culture, Il Mulino, Bologna, 1987

A. Bruni, Lo studio etnografico delle organizzazioni, Carocci, Roma 2003

G. Morgan, Images. Le metafore dell’organizzazione, F. Angeli, Milano

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08 ottobre 2008

Sacra itinera -3


La terra e a lei concorde il mare
e sopra ovunque un mare più giocondo
per la veloce fiamma dei passeri
e la via
della riposante luna e del sonno
dei dolci corpi socchiusi alla vita
e alla morte su un campo;
e per quelle voci che scendono
sfuggendo a misteriose porte e balzano
sopra noi come uccelli folli di tornare
sopra le isole originali cantando:
qui si prepara
un giaciglio di porpora e un canto che culla
per chi non ha potuto dormire
sì dura era la pietra,
sì acuminato l'amore.

(Natura, Mario Luzi)

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28 settembre 2008

Sacra itinera -2


Roma, 10 novembre 1786.

"Vivo ora in una luminosità ed una quiete di cui avevo da molto tempo perduta ogni traccia. La mia antica abitudine di vedere e dì leggere le cose come esse sono, la mia costanza nel lasciarmi guidare solo dagli occhi, la mancanza in me d'ogni preconcetto, hanno campo d'esercitarsi ogni giorno e mi rendono beatamente felice. (...) Questa sera sono salito al Palatino, sulle mine del palazzo dei Cesari, mine che s'ergono come pareti di roccia. E impossibile dame un'idea anche lontana. Qui non c'è niente di meschino, tutto è grandioso, e se anche qualche cosa qua e là non è bella o è banale, tutto concorre alla grandiosità complessiva.
Quando ora mi riconcentrò in me stesso, e lo faccio volentieri in simili circostanze, provo una sensazione che mi rende incomparabilmente felice, tanto che ho perfino il coraggio di esprimerla. Chi si guardi intorno qui, con serietà e con occhi che sappiano vedere, deve necessariamente acquistare un concetto della solidità che non poteva avere prima. Lo spirito viene portato alla forza e raggiunge una serietà gaia e senza aridità. A me sembra, per esempio, di non aver mai ammirato le cose di questo mondo così giustamente come ora. E mi rallegra già il pensiero delle benefiche conseguenze che ne risentirò per tutta la vita."


Wolfang GOETHE, Viaggio in Italia.

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19 settembre 2008

Sacra Itinera -1


Ora sia il tuo passo

Ora sia il tuo passo
piú cauto: a un tiro di sasso
di qui ti si prepara
una più rara scena.
La porta corrosa d'un tempietto
è rinchiusa per sempre.
Una grande luce è diffusa
sull'erbosa soglia.
E qui dove peste umane
non suoneranno, o fittizia doglia,
vigila steso al suolo un magro cane.
Mai piú si muoverà
in quest'ora che s'indovina afosa.
Sopra il tetto s'affaccia
una nuvola grandiosa. 
(da Ossi di Seppia di Eugenio Montale)

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05 settembre 2008

Noi e la Porta


“Apprezzo il modo in cui apro una porta. E’ un’azione che contiene più vita riposta di qualsiasi domanda” (R. Walzer, Jacob von Gunten)

L’atto di aprire o di chiudere una porta racchiude non solo la diversa ed opposta intenzionalità, ma tutta la complessità insita nella sequenza e nell’esattezza dei movimenti che consentono di realizzare l’intenzione.
E’ una ed una sola combinazione segreta di giuste e successive pressioni a consentire spesso l’apertura o la chiusura di una porta. Porte semplici, battenti umili, maniglie molli, batacchi stonati, lucchetti arrugginiti, oppongono la loro fiera resistenza, degna di mitici guardiani: solo “quel” gesto riuscirà a vincerli.
Le porte spesso vanno assecondate. Un ginocchio puntato sulla porta, in quel momento preciso. Una mano a tirare un batacchio, l’altra a spingere la chiave nella serratura. Una maniglia che chiude solo se si riporta, per metà, nella posizione di apertura. Un battente che si apre solo se al girare della chiave si accompagna una piccola spinta della spalla. Le porte spesso ci chiedono di essere aiutate. Ci facciamo porta, affinché la porta riesca a soddisfare la nostra concezione del suo essere porta. Con il bagaglio nella sinistra e la chiave nella destra, il nostro corpo si prepara alla complessità dell’atto di aprire. E poi di chiudere, ma con più semplicità: il rallentare del passo è sufficiente a consentire al tallone di accompagnare la chiusura della porta.
Le porte ricordano i nostri gesti. Gesti che lasciano il segno. L’ottone più lucido nel punto in cui tiriamo il batacchio, il leggero incavo lasciato dal ginocchio sul battente, il legno più lucido all’altezza della spalla, la leggera scrostatura più giù, dove il tallone risparmia alla porta l’affronto di essere sbattuta in malo modo…

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29 agosto 2008

"Non havire pagura a questo ballo venire"


Il Trionfo della Morte rappresentato nell’affresco sulla facciata dell’Oratorio dei Disciplini a Clusone (Bg), in alta Val Seriana, risale al XV secolo ed è attribuito a Giacomo Borlone o Giacomo Busca . Il tema del Trionfo della Morte (si pensi al Trionfo della morte del Petrarca in letteratura, al Trionfo della morte del Camposanto di Pisa, al Trionfo della morte di Peter Bruegel, al Trionfo della morte del Sacro Speco di Subiaco, alle tante danze macabre ampiamente diffuse nell’area alpina ) si afferma a partire dal XIV secolo insieme ai connessi temi della Danza macabra e dell’ Incontro tra i tre vivi ed i tre morti.
Nella parte inferiore dell’affresco di Clusone c’è La Danza Macabra accompagnata dall’iscrizione che sembra invitare al ballo:

"O ti che serve a Dio del bon core
Non havire pagura a questo ballo venire
Ma alegramente veni e non temire
Poij chi nase elli convene morire"

E la porta c'è. Ed è, come sempre, il simbolo più esplicito ed efficace, l'universale metafora del ritorno “a la gran madre antica” (Petrarca, Triumphi, Triumphus Mortis, I, v.89): “I personaggi, provenienti da una porta dietro la quale si intravede un salone affollatissimo, appartenenti a tutte le classi sociali (la dama con lo specchio, il disciplino, riconoscibile dalla veste col cappuccio, un viandante con la sua bisaccia, un oste, un mercante, un soldato, un artigiano, un letterato) avanzano in fila condotti, per mano o sottobraccio, quasi a passo di danza, ognuno da uno scheletro verso un’altra porta, figura dell’ingresso alla vita eterna, dove li attende il giudizio divino.” (Francesca Cantucci, “Non havire pagura a questo ballo venire” http://www.vicoacitillo.net/senecio/sag/morte.pdf )

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20 agosto 2008

L'isola dei morti


Non per amore della storia del famosissimo quadro di Arnold Bocklin, e nemmeno per la sua tomba a Firenze, non per la triste fama dell’ illustre possessore di una delle versioni del quadro, non per il fascino e l’interesse che suscitò in Freud, in D’Annunzio, e nemmeno per tutti gli artisti che ispirò…. Solo per quell’ "essere che sta varcando la soglia", e che nell’attraversarla s’è trasformato nella inquietante ed indefinibile materia dei parallelepipedi che lo stanno attendendo e che riflettono, come lui, i raggi di luce del suo ultimo tramonto, che disegna quella timida ombra lunga sull’altro piccolo parallelepipedo che l’ "essere che sta varcando la soglia" ha caricato a prua, la sua bara, il suo fardello, un monolite di razionalità di cui nemmeno la morte riuscirà a liberarlo.

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16 agosto 2008

Degli aerei sogni son due le porte


“Non tutti,
Ospite, i sogni investigar si ponno.
Scuro parlano e ambiguo, e non risponde
L'effetto sempre. Degli aerei sogni
Son due le porte, una di corno, e l'altra
D'avorio. Dall'avorio escono i falsi,
E fantasmi con sé fallaci e vani
Portano: i veri dal polito corno,
E questi mai l'uom non iscorge indarno.”

Odissea, XIX 560-567, traduzione di Ippolito Pindemonte

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05 agosto 2008

Le porte di Agharti


Il mito della Terra Cava è presente nelle visioni cosmiche di molti popoli antichi, dall’Asia Minore alle Americhe, dal Tibet all’Egitto, alla Grecia, all’India: un misterioso mondo intraterraneo popolato da esseri superiori, esseri molto simili a quelli di superficie, ma a differenza di loro, liberi e privi della cognizione del bene e del male. Molti di essi, confusi tra di noi, agiscono sulla terra, nascondendo la loro vera identità, per il bene dell’umanità.
L’esploratore polacco Ferdinand Ossendowsky riportò a questo proposito informazioni importanti avute durante un viaggio in Asia: si tratterebbe di un mondo sotterraneo, Agharti,
Il terreno è fertile per ogni tipo di indagine, a patto che si usi sempre il prefisso fanta-: fanta-archeologia, fanta-antropologia, fanta-scienza, fanta-storia, fanta-geologia e lo spunto è buono per films d’azione e video games, è noto che Hitler fu molto interessato alla ricerca di Agarthi e che Renè Guenon ne scrisse a profusione. Dall’ interessante sito http://www.rosacroceoggi.org/pagine.esotertiche/agarthi.htm leggiamo che
costituito da lunghissime gallerie che traverserebbero l’Asia ed il Tibet, la Mongolia ed il Deserto di Gobi, e i cui accessi, segretissimi, sarebbero nascosti in varie parti del mondo. Porte visibili esclusivamente ad iniziati ed illuminati, collocate forse ai Poli, forse nel Kentuky o sotto la Piramide di Cheope, forse un complesso sistema di accesso, o sotto la Sfinge. Ma anche l’Etruria potrebbe essere un punto di passaggio, e anche Stonehenge o l’Isola di Pasqua…tutti luoghi dove, cosa che non ci stupisce affatto, la mancata comprensione del significato e l’incertezza che da ciò scaturisce, diventano sinonimo di “luogo del passaggio” di “porta” di “varco” verso qualcosa di indefinito e, per questo magnificamente non umano, soprannaturale.“Può accadere di imbattersi casualmente in uno degli ingressi al Regno Sotterraneo ma, se si dovesse entrarvi, ci si perderebbe irrimediabilmente nei meandri sconfinati che perforano il sottosuolo, oppure, se anche si riuscisse a trovare una via d’uscita, non si ricorderebbe nulla di ciò che si è visto o appreso. Perlopiù, in ogni modo, accedere ad Agharti è impossibile perché i suoi abitanti, per non permettere l’ingresso al Male, avrebbero predisposto una protezione invalicabile, costituita da speciali vibrazioni che offuscano le facoltà mentali e rendono invisibili le porte del Regno”.

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20 luglio 2008

Annunciazione e Resurrezione


Mitoraj racconta:"Ho impiegato molto tempo ad accettare la proposta di realizzare le porte della Basilica (di Santa Maria degli Angeli), perché sprigionare l'energia che merita un'opera di questa portata mi sembrava un'impresa impossibile. Eppure, non c'è dubbio, la tentazione era forte. Ero tormentato. Mi avevano trasmesso il loro entusiasmo. Ma io mi chiedevo e richiedevo: com'è possibile per uno scultore contemporaneo affrontare l'arte sacra nella città che è il museo di capolavori più grande del mondo? Mi fecero notare che la facciata necessitava di un intervento artistico. Mi fecero notare che prima o poi qualcuno avrebbe rifatto le porte. Alla fine mi sono convinto. E ho scelto due momenti fondamentali della storia del Cristianesimo: l'Annunciazione, con la quale inizia la storia della vita tormentata di Cristo, e la sua Resurrezione, un evento misterioso dal fascino incredibile. Queste immagini mi hanno assorbito la mente per più di due anni. Ma più avanzavo nel lavoro e più ero felice e pensavo alla fortuna di poterlo fare..."
Annunciazione e resurrezione, cose divine, cose che noi mortali non potremo mai provare. Di nessun mortale viene preannunciato il concepimento e nessun mortale risorge dopo la morte. E' ricorrendo a due indiscutibili attributi del sacro che Mitoraj ha sottolineato la sacralità dell'ambiente in cui si accede. Dunque, dopo aver varcato la porta dell' Annunciazione, l'attesa, la nascita, l'infanzia e la predicazione del Cristo stanno "dentro", e dentro c'è anche la parola, la predicazione, e la morte.
In una parola dentro Santa Maria degli Angeli c'è la vita.
La vita del Cristo e degli uomini, quella fatta di nascita e di morte, di odio e di amore, di coraggio e di paura, di parole e di silenzi, di faticosa ricerca e di rivelazione. Varcando la porta della Resurrezione siamo fuori: nel rumore assordante del traffico, nel lezioso e ammiccante zampillare della fontana delle Naiadi, nell' ammasso umano di stracci e sporcizia che tende la mano all'elemosina. Di nuovo la vita: interno ed esterno sono le reciproche rappresentazioni di uno stesso significato di cui annunciazione e resurrezione simboleggiano forse la raggiunta consapevolezza.
 



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14 luglio 2008

Indelebili tracciati


Presso gli Ndembu, popolazione profondamente studiata da Victor Turner (per una ricca bibliografia), si ritiene che la donna che partorisca un figlio morto o che non porti a termine la gravidanza sia vittima di un Isoma, maleficio causato da un’ombra che provoca lo scivolamento dei feti dal grembo materno. Si crede che l’ombra, chiamata ‘Mvweng’i, o anche Nonno, personificazione di un lontano antenato, vestita di un gonnellino di striscioline di corteccia come nei riti di circoncisione dei ragazzi, appaia nella notte in sogno alla paziente causando la fine della gravidanza. Nonno, che è connesso alla risoluzione della prognosi dopo la circoncisione, in quanto personificazione della mascolinità e potenza fecondatrice maschile è pericolosissimo per le donne incinte.
La figura di Nonno-‘Mvweng’i, presenta alcuni aspetti molto simili ad una figura appartenente alla religiosità Romana arcaica, Faunus.

Come Nonno-‘Mvweng’i’ anche Faunus personifica gli spiriti degli antenati ed è connesso con le iniziazioni maschili. Demone notturno, Faunus si aggira pericolosamente intorno all’abitato protetto dall’ombra e cambia forma, si infila negli interstizi, è un molestatore di donne, è incubus: entra di notte nei loro letti e realizza la sua potenza fecondatrice possedendole nel sonno. E’ per questo che nella notte successiva al parto i familiari maschi tentano in ogni modo di tenerlo lontano dalla puerpera con un rituale che conosciamo attraverso Varrone
Come Nonno-‘Mvweng’i’, anche Faunus personifica gli spiriti degli antenati ed è connesso con le iniziazioni maschili e con la cura della sterilità femminile: durante la festa dei Lupercalia le donne, a scopo propiziatorio vengono frustate con strisce di pelle di capra, che come le cortecce del gonnellino di ‘Mvweng’i’ rappresentano l’abbigliamento di Fauno e rivestono la stessa funzione medicamentosa, sottolinenando per l’uno come per l’altro lo stretto rapporto con la fertilità e i boschi dello spazio esterno al villaggio.
Come la figura di una strega favorisce ‘Mvweng’i’, nel rituale Isoma, così Faunus è aiutato da una figura demoniaca femminile, Tacita, che risiede sotto la soglia della porta e che potrebbe agevolarne l’ingresso, se non fosse per il suo opposto, Carna, ninfa tutelare dei cardini che contrasta l’accesso degli uccelli infernali che andrebbero a divorare gli intestini dei neonati.
Certo non stupisce il fatto che eventi critici così rilevanti all’interno di una comunità, quali la mortalità femminile da parto o quella infantile nei primissimi giorni di vita, vengano rappresentati attraverso trasposizioni simboliche affini, ma vogliamo comunque individuarle e comprenderle, in un’ottica del tutto libera da presunte superiorità delle culture classiche-occidentali rispetto a culture indigene africane e fortemente interessata, invece, alla persistenza di immagini archetipe che continuano a seguire il loro indelebile tracciato nelle menti degli uomini e delle donne di ogni epoca e di ogni parte del mondo.





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17 giugno 2008

Descrizione di una porta


"I muri sono una bella invenzione, ma se in essi non vi fosse alcuna apertura, non vi sarebbe modo di uscire o di entrare, essi non costituirebbero che mausolei e tombe. Il problema è che se si fanno delle aperture nei muri, qualsiasi cosa o persona può entrare o uscire (mucche, visitatori, polvere, topi, rumore...freddo). Perciò, gli architetti hanno inventato questo ibrido: muro-apertura, spesso chiamata porta, che, malgrado sia alquanto comune, mi ha sempre colpito quale miracolo tecnologico. L'intelligenza dell'invenzione è imperniata sui cardini: invece di aprire un foro nel muro con un martello pneumatico o con un piccone, si deve semplicemente spingere delicatamente la porta (qui assumo che la serratura non sia stata inventata...). Inoltre, e qui sta il vero trucco -una volta passati attraverso la porta, non si devono cercare cazzuola e cemento per ricostruire il muro che si è appena distrutto: semplicemente si sospinge indietro la porta (tralascio per ora l'ulteriore complicazione dei segnali "tirare" e " spingere").
Quindi, per giudicare il lavoro svolto dai cardini, si deve semplicemente immaginare che, ogni volta che si vuole entrare o uscire dall'edificio, si deve fare la stessa cosa che farebbe un prigioniero che cercasse di fuggire o un gangster che cerca di rapinare una banca, più il lavoro di quelli che ricostruiscono la prigione o le pareti della banca. Se non volete pensare a gente che distrugge le pareti e le ricostruisce ogniqualvolta desidera uscire da o, entrare in, un edificio, allora immaginate il lavoro che si dovrebbe fare per tenere all'interno o all'esterno, tutte le cose e le persone che, lasciate a se stesse, andrebbero dalla parte sbagliata."


(Bruno Latour, Dove sono le masse mancanti? Sociologia di alcuni oggetti di uso comune, in Intersezioni a. XIII, n.2, agosto 1993)
Alvise Mattozzi (a cura di ),Il senso degli oggetti tecnici, Meltemi Editore

La foto si intitola The Cube

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08 giugno 2008

Cronache dell'estrema soglia: l'occhio finestra dell'anima.



Su entrambi gli occhi del Cristo della Sindone sono stati rilevati i segni evidenti lasciati da 2 monete romane dell' epoca: sull'occhio destro un dilepton lituus emesso da Ponzio Pilato nell' anno XVI di Tiberio e sull'occhio sinistro un lepton simpulum emesso nell' anno XVI di Tiberio (N. Balossino, L' Immagine della Sindone , Torino, Elle di Ci - Leumann , 1997 , pp. 35 e 37 ). Alla singolare (in questo caso inaspettata...) presenza dell'obolo per il passaggio si aggiunge la particolarità della collocazione: le monete erano poste sugli occhi, per chiuderli.
L'usanza di chiudere gli occhi del cadavere, nota da migliaia di frame di film polizieschi in cui la mano professionalmente pietosa del coroner abbassa le palpebre dopo avere indagato le pupille con una piccola torcia a pile, è presente fin dall'antichità. Nella Grecia antica si pensava che, chiudendo gli occhi, l'anima,che aveva sede nella pupilla, fosse resa libera, ma se il defunto era destinato ad una pira gli occhi dovevano essere ben aperti per vedere il cielo. Presso gli antichi Romani era una donna, posta dietro il defunto disteso sul letto, a porre le mani sui suoi occhi. Lo storico latino Valerio Massimo, all'inizio del I secolo a.C., attribuiva alle figlie il dovere supremo della chiusura degli occhi ai genitori.
Un uso singolare, che riguarda però solo i morti anziani, arriva dalla Scandinavia ed è di qualche secolo fa: il volto del cadavere veniva coperto con un panno e le sue palpebre erano chiuse senza guardarlo. Diversamente, ben presto sarebbe morto un parente.
In Sardegna, in alcune comunità in provincia di Nuoro, ad esempio, si registra, ancora verso la fine del 1800, un particolare comportamento: la più stretta parente del morto, dopo aver acceso una candela benedetta, gli fa con questa il segno della croce e gli chiude le labbra. Questo perché si ritiene che, uscita l'anima, scappino dalla bocca dell'estinto i segreti di famiglia e vadano proprio a cacciarsi negli orecchi dei presenti ignari.

“L’occhio, che si dice finestra dell’anima, è la principale via donde il comune senso può più copiosamente e magnificamente considerare le infinite opere della natura” 

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05 giugno 2008

Cronache dell’estrema soglia:lo Psycomanthium


"Con questo nome viene indicato un luogo, una stanza, completamente scura con uno specchio al suo interno, dove una persona, osservando nella quasi totale oscurità lo specchio, può ottenere come fenomeno quello di vedere o percepire una persona defunta…una porta che apre la mente verso nuove strade o dimensioni. La particolarità consiste nel vedere, sentire, percepire anche a livello tattile il defunto."
Questa la descrizione di Giacomo Leaci, psicologo e blogger (psycomanteium.myblog.it) che prosegue dettagliando l'esperienza di passaggio di cui sembra aver parlato per la prima volta Raymond Moody, medico-filosofo-psicologo americano esperto di fenomeni di pre-morte e autore di una nutrita bibliografia sull'argomento, che ha realizzato uno Psycomanthium negli Stati Uniti, nell’ambito di alcuni studi sull’elaborazione del lutto e sulla possibilità di utilizzare le proiezioni mentali nella gestione del dolore.
Il cinema ha recentemente illustrato al grande pubblico una esperienza di passaggio attraverso lo Psycomanthium: il commovente quanto inquietante incontro tra Harry Potter ed i genitori defunti ad opera di uno specchio ingenuamente chiamato "specchio delle brame"...

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21 maggio 2008

Il gatto di Schrödinger


Nelle scienze MFN molti sono gli utilizzi del concetto di soglia. Uno dei più interessanti lo si scorge nell’ipotesi del gatto di Schrödinger. Si tratta sostanzialmente, detto in termini epistemici, di un paradosso utilizzato per dimostrare i limiti umani nella capacità di descrizione del mondo. Ovvero l’assenza di limiti.
La probabilità di vita del povero gatto è legata alla probabilità di decadimento dell’isotopo. Ciò è dovuto, tralaltro, al fatto che in fisica quantistica le particelle subatomiche possono darsi collocate contemporaneamente in più luoghi. Tra i vari motivi c'è il piccolo problema per cui non è possibile stabilirne allo stesso tempo la posizione e la velocità. E, se il luogo è topos, e se il topos è il momento di congiunzione dello spazio con il tempo tra loro interdipendenti – essendo, fin dal livello microscopico, destrutturato/delocalizzato lo spazio, allora è destrutturato/delocalizzato anche il tempo.
In effetti, sul fronte del continuum, potrebbero contemporaneamente esistere istanti differenti in cui la particella decade, ed il gatto è morto, o la particella non decade, ed il gatto è vivo. Per noi che osserviamo l’esperimento congelato nel momento della attuale dimensione, questi istanti coesistono. Solo aprendo la scatola, cioè restando fuori dal continuum, potremmo saperlo. E tuttavia, se fosse per Everett, potremmo constatare che l’evento considerato accade solo nel tempo Tqx e non in Tq1, Tq2 ecc… afferenti i diversi contemporanei e paralleli stati della materia/universo.
Ci piacciono molto i gatti, pertanto vogliamo continuare a pensare che la nostra piccola cavia sia viva. Ma per far ciò non dobbiamo valicare la soglia del pre-istante in cui l’osservazione singola è possibile poiché l’istante successivo sarebbe già possibilità di altro.
Il fattore di probabilità che il gatto sia vivo o morto, dunque, è perfettamente residente sul margine del tempo. Il gatto di Schrödinger vive sulla soglia. Esattamente come tutti noi.

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15 maggio 2008

Cronache dell'estrema soglia: l'aldilà a pedaggio.


L’antichissima usanza di deporre una moneta all’interno delle sepolture in prossimità della bocca o degli occhi del defunto è nota dalle fonti letterarie e dalle evidenze archeologiche. Nel mondo antico la deposizione dell’obolo era parte del rituale funerario, al punto tale che la sua mancanza costituiva una vera e propria eccezione: Strabone ricorda che tale usanza non era praticata ad Ermione, in Argolide, una delle porte di accesso agli Inferi da dove Eracle aveva riportato alla luce Cerbero, giustificando tale mancanza con la breve distanza del viaggio.
La religione cristiana proibiva tassativamente l’uso, che come gran parte delle cose proibite, continuò ad essere regolarmente praticato e lo è tuttora anche in Italia: ad esempio in val Curone e in valle Scrivia, in Piemonte, dove le donne mettono segretamente tre monete nelle tasche del morto, e proprio la segretezza del gesto ne conferma il suo carattere di rito tradizionale.
Sia esso moneta o simbolico pezzo di bronzo che ne fa la funzione, l'obolo che consente al morto di pagare il suo pedaggio per l’aldilà è un fatto razionale o irrazionale?
L'interrogativo potrebbe coinvolgere anche il ben più vasto e sorprendente ambito dei corredi tombali, dalle tomba a fossa alle piramidi e oltre, ma investirebbe però anche l’aspetto ostentativo che nel caso dell’obolo è invece irrilevante.
E' lecito chiedersi se la decisione di stanziare un obolo per avere accesso ad un bene limitato -l’opportunità offerta o negata da Caronte di traghettare il defunto oltre la soglia dell’aldilà- possa rappresentare un atto estremamente razionale conseguente ad una approfondita analisi costi/benefici, che valuta il prezzo da attribuire al rischio che un’anima non traghettata possa tornare nel mondo dei vivi con tutte le terribili conseguenze che diverse culture in diversi orizzonti spazio-temporali hanno attribuito a questa evenienza?

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12 maggio 2008

Le porte dei granai Dogon


A un gomito del sentiero, ci si trovava davanti a una porta tagliata con l'accetta, che, anche se fosse stata nuova, non avrebbe potuto ostruire l'entrata segnata da due piloni di terra e da un frontone di ceppi. Una porta larga come due spalle, con le venature del legno scavate dalle piogge invernali e simili a onde nelle quali i nodi si spalancavano come occhi. La siccità, le mani che vi si erano aggrappate, i musi delle capre avevano consumato il battente che strideva sul suo perno e sbatteva contro il muro con un rumore di gong, scoprendo il cortile miserabile… Una facciata a cellette, forata al piano terreno da una porta bassa e, al primo piano, da un adito schiacciato, si drizzava al centro del cortile, nascondendo l'edificio principale. Sul frontone si aprivano dieci nicchie per le rondini; otto coni coperti da pietre piatte ornavano lo spigolo. A destra e a sinistra, simili a dadi giganteschi, si allineavano sei granai, due dei quali…mostravano la facciata posteriore. Delle quattro costruzioni, una era vuota, un'altra sconnessa, la terza squarciata di traverso come un frutto morsicato. Una sola sopravviveva, piena a metà di semi. Di fronte, tra l'edificio principale e i granai, una casa bassa chiudeva il cortile, smorzando il lieve rumore della vita.” (Marcel Griaule, Dio d’acqua, Garzanti, Milano, 1972, pagg. 19-24)

Il rapporto esemplare che l’uomo ha stabilito tra il mistero della vita e quello della germinazione è cosa nota. Tra i Dogon del Mali l’evidenza di questa connessione è evidente dalla pianta dei villaggi. Costituiti in apparenza da un disordinato insieme di capanne di fango dal tetto appuntito legate da una sottile ragnatela di viottoli appena percettibili, i villaggi seguono in realtà una disposizione ben precisa che disegna simbolicamente il corpo umano: la testa è il togu-nà, la “casa della parola”, dove si riuniscono gli anziani per le decisioni più importanti, le mani sono rappresentate dalle case delle donne mestruale, situate ai due estremi del villaggio, in basso c'è l'altare, dalla caratteristica forma fallica, il torace, che risuona per il battito delle mole da grano, è rappresentato dalle case costruite e dai granai. Il granaio è nel mondo Dogon un simbolo molto potente. Esso rappresenta l’arca, il cesto rotondo utilizzato dagli antenati primordiali, gli otto Nommo, per portare giù in terra tutto ciò che gli uomini utilizzarono per la germinazione della vita. Il prezioso contenuto dei granai, (quello dell’Hogon, il sommo sacerdote contiene il miglio usato per i riti propiziatori della fertilità) è affidato alla tutela delle porte riccamente scolpite e dei chiavistelli che ne rimarcano, con la sola loro presenza, l’inviolabilità.

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29 aprile 2008

Cronache dell’estrema soglia: il Mundus


La nozione di mundus è una delle più controverse della religione romana, con il termine mundus si indicava un varco che consentiva la comunicazione esclusivamente con il mondo infero, comunicazione non facile né auspicabile: “…porta dell’Orco, sinistro e orrendo” secondo Paolo Diacono, aprire il mundus significava spalancare le porte alle divinità infere: i giorni in cui la fossa veniva aperta, tre volte durante l’anno, il 28 agosto, il 5 ottobre e l’8 novembre, erano momenti di particolare vulnerabilità, quei giorni, dice Festo (p.273 L2.), venivano “…considerati religiosi per la seguente ragione…i nostri antenati vollero che non si compisse alcun atto ufficiale nel momento in cui i segreti della religione degli dei Mani erano per così dire portati alla luce e rivelati: in quei giorni dunque essi non attaccavano battaglia con i nemici, non mobilitavano truppe, non tenevano comizi, non si dedicavano ad alcuna attività ufficiale, se non in caso di estrema necessità”.
Il fatto che il mundus fosse considerato un passaggio, una porta è confermato da una frase di Varrone, conservata da Macrobio(1,16,18) che dice “ mundus cum patet, deorum tristium et inferum quasi ianua patet”, senza però menzionare cosa si mostri o accada dietro quella porta.

Il primo degli autori a descrivere il mundus è M. Porcio Catone Liciniano, citato da Festo, che ne parla come di un ambiente sotterraneo a forma di conca con un pavimento semicircolare coperto a volta, detto mundus perchè “riproducente alla rovescia la conca celeste che sembra sovrastarla” (D. Sabbatucci, La Religione di Roma Antica, Il Saggiatore, Milano, 1988).

Dunque una sorta di specchio, ma anche una porta attraverso la quale in Ovidio, fast. 2.47-556, i morti avrebbero potuto invadere la città dei vivi: “bustis exisse feruntur / et tacitae questi tempore noctis avi, / perque vias Urbis latosque ululasse per agros / deformes animas, volgus inane, ferunt.”.


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19 aprile 2008

La réponse imprèvue



"Occupiamoci ora della porta. La porta può aprirsi su un paesaggio visto alla rovescia. Il paesaggio può essere rappresentato sulla porta. Proviamo qualcosa di meno arbitrario: accanto alla porta pratichiamo un buco nel muro, che sarà anch'esso un'altra porta. Il riscontro sarà ancora maggiore se riduciamo questi due oggetti a uno solo...il buco si colloca dunque nel modo più naturale nella porta e attraverso questo buco vediamo l'oscurità"

R. Magritte, Conferenza di Londra, (1937) in Tutti gli scritti, a c. di A. Blavier, Mi 1979


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11 aprile 2008

Le porte dell'Arallu


Il nome della montagna è Mashu.
Appena egli giunse alla montagna Mashu:
- coloro che giornalmente sorvegliano l'uscita e l'entrata:

sopra di loro grava la volta celeste,
al di sotto l'Arallu tocca il loro petto -
uomini-scorpione stanno a guardia della sua porta,
la paura che essi incutono è enorme, nel loro sguardo c'è la morte,
il loro grande terrore riempie le montagne,
essi stanno a guardia del Sole nel suo sorgere
e nel suo tramontare.

Allorché Gilgamesh li vide, per la paura 
e
per il terrore il suo sguardo si annebbiò.

Egli si fece forza e si chinò davanti a loro.
L'uomo-scorpione si rivolge a sua moglie:
"Colui che è venuto da noi: il suo corpo è carne degli dei".
La moglie dell'uomo-scorpione gli risponde:
"Per due terzi egli è dio, per un terzo è uomo".

L'uomo-scorpione dice a Gilgamesh, progenie degli dei, rivolge la parola:
"Chi sei tu che hai percorso vie lontane,
hai girovagato, finché non sei giunto alla mia presenza,
attraversando con affanno persino correnti d'acqua travolgenti?
Vorrei volentieri sapere il perché del tuo viaggio;
colui verso il quale il tuo sguardo è rivolto,
[vorrei] volentieri conoscere".

...
Gilgamesh [ ]:
"Da Utnapishtim, mio antenato voglio recarmi;
colui che entrò nella schiera degli dei, che trovò la vita,
sulla vita e sulla morte voglio interrogare".


L'uomo-scorpione aprì la sua bocca e disse,
 così parlò a Gilgamesh [ ]:
"O Gilgamesh, a nessun uomo ciò è mai riuscito!
della montagna nessuno ha mai attraversato le sue viscere,
il suo cuore è buio per dodici doppie ore,
densa è l'oscurità, non vi è la luce!
Verso il sorgere del Sole [ ]
verso il tramonto [ ]
verso il tramonto [ ]
hanno fatto uscire [ ]"


...(parla Gilgamesh)
"I miei muscoli sono rigidi,
il mio volto, per il caldo e per il freddo, è livido,

per la fatica ho perduto le mie forze"
...


La saga di Gilgamesh, Giovanni Pettinato, Rusconi Libri 1992
con integrazioni e correzioni da
Il Ghilgames, Claudio Saporetti, Simonelli Editore 2001
The Epic of Gilgamesh - a new translation, Andrew George, Penguin Press 1999

A cura di Thomas Porzano

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04 aprile 2008

"Quel piede d'elfe sulla vostra soglia..."


MEFISTOFELE
E così, certo, raccapezzo poco.
Ciò che si oppone al nulla,
il qualcosa, questo goffo mondo,
per quante io ne abbia fatte,
non ho saputo venirne a capo:
tempeste, inondazioni, incendi, terremoti -
ma poi torna la calma sulla terra e sul mare!
E la dannata razza dei viventi,
siano uomini o bestie, non c'è verso di nuocerle.
Quanti ne ho già sepolti! E sempre circola
nuovo sangue, sangue giovane.
Di questo passo c'è da impazzire!
Dall'aria, dall'acqua, dalla terra
i germi si sprigionano a migliaia,
all'umido e all'asciutto, al caldo e al freddo!
Se non mi fossi riservato il fuoco,
non resterebbe un angolo per me.

FAUST
Tu dunque opponi alla forza sempre attiva
che crea e dà salvezza eternamente
il freddo pugno del demonio,
che invano perfido si serra!
Cercati altro da fare,
strano figlio del caos!

MEFISTOFELE
Su tutto questo ritorneremo
a meditare le volte prossime!
Per questa volta potrei allontanarmi?

FAUST
Non vedo perché tu me lo domandi.
Ora che ho fatto la tua conoscenza,
vieni a trovarmi quando vuoi.
Ecco qua la finestra, ecco la porta,
e se non basta la cappa del camino.

MEFISTOFELE
Un piccolo impedimento, lo confesso,
mi vieta ora di andarmene a spasso:
quel piede d'elfe sulla vostra soglia -

FAUST
Il pentagramma ti dà pensiero?
Ma dimmi allora, figlio dell'Inferno,
se questo ti respinge, com'è che sei entrato?
Come venne ingannato un tale spirito?

MEFISTOFELE
Guardate attentamente! Non è tracciato bene;
quell'angolo che dà verso l'esterno
è un poco aperto, come vedi.

FAUST
Che fortunata combinazione!
Saresti dunque mio prigioniero?
Ho fatto centro tirando a caso!

MEFISTOFELE
Non lo notò il barbone, quando saltò qui dentro;
ma per il diavolo le cose cambiano,
e adesso non può uscire dalla casa.

FAUST
Perché non te ne vai dalla finestra?

MEFISTOFELE
Hanno una legge i diavoli e gli spettri:
da dove sono entrati, di là devono andarsene.
Liberi a intrufolarci, siamo schiavi ad uscire.

(Johann Wolfgang Goethe, Faust, nella traduzione di Andrea Casalegno)

L'immagine è tratta dal sito visibilmente.com





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31 marzo 2008

Portinai fantastici


Il cane Cerbero

Se l'inferno è una casa, la casa di Ade, é naturale che un cane vi stia di guardia; anche è naturale, questo cane, immaginarselo atroce. La Teogonia di esiodo gli attribuisce cinquanta teste; per maggiore comodità delle arti plastiche questo numero è stato ridotto, e le tre teste di Cerbero sono di dominio pubblico. Virgilio menziona le sue tre gole; Ovidio, il suo triplice latrato ; Butler paragona le tre corone della tiara del Papa, che è portinaio del cielo, con le tre teste del cane che è portinaio dell'inferno (Hudibras, IV, 2).
Dante gli presta caratteri umani che aggravano la sua indole infernale: barba unta e atra, mani unghiate che squarciano, nella pioggia, le anime dei dannati. Morde, latra e mostra le zanne.
Cavare il Cerbero dall'Inferno, e recarlo alla luce del giorno, fu l'ultima delle fatiche di Ercole. Uno scrittore inglese del secolo XVIII, Zachary Grey, interpreta così l'avventura: "
Questo cane con tre teste rappresenta il passato, il presente e l'avvenire, che contengono, o come chi dicesse divorano, tutte le cose. Che Ercole lo vincesse, dimostra che le azioni eroiche sono vittoriose del Tempo e sussistono nella Memoria della Posterità".
Secondo i testi più antichi, il Cerbero saluta con la coda (che è una serpe) quelli che entrano nell' inferno, e divora quelli che cercano di uscirne. Una tradizione posteriore lo fa mordere quelli che arrivano; per placarlo, s'usava provvedere il morto di una focaccia al miele.
Nella mitologia scandinava un cane insanguinato, Garmr, sta a guardia della casa dei morti, e verrà a battaglia con gli dei quando i lupi infernali divoreranno la luna e il sole. Alcuni gli attribuiscono quattro occhi; quattro occhi hanno anche i cani di Yama, dio bramanico della morte..
Il bramanesimo e il buddhismo propongono inferni di caniche, a somiglianza del Cerbero dantesco, sono carnefici delle anime.

(J. L. Borges e M. Guerrero, Manuale di zoologia fantastica, Einaudi, 1998)

L' immagine è tratta dal meraviglioso sito:
http://borges.uiowa.edu/vakalo/zf/Default.htm


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21 marzo 2008

"Non c’è niente di meglio... che porre la questione della soglia"


Mi picchiettai le tempie con la punta delle dita come quando si sente una fitta o un dolore, spinsi indietro la testa e domandai, rivolto al prete: “S’incontrano delle soglie nella tradizione religiosa?”“In quanto cosa o immagine?”“Tutt’e due”.
Mentre il prete ci pensava su, gli altri si misero a dire quel che veniva loro in mente.
Il padrone di casa: “Il nostro gatto non passa mai una soglia senza fare attenzione. Tutte le volte si ferma e annusa per bene in terra. A volte evita persino di toccarla e salta. È solo quando scappa, mettiamo davanti a un cane, che non esita più davanti alla soglia: allora conta soltanto l’interno della casa. In cambio, però, è l’inseguitore che esita”. […]
Il pittore: “C’erano dei popoli antichi a tal punto nemici che l’uno, dopo aver sottomesso l’altro, riduceva in pezzetti le statue dei suoi templi per poi pavimentare le soglie delle proprie case. In certe civiltà si trovano disegni davanti alle soglie, a forma di labirinto; si dice che questi disegni dovevano meno respingere che far fermare e suggerire una deviazione…”. […]
Il prete si era intanto concentrato e disse: “Per quanto ne so, la soglia come cosa compare di rado nella tradizione. In un punto il profeta parla di uno scotimento che fece tremare persino la soglia di pietra. Come immagine, invece, si ripresenta frequentemente, anche se con un’altra parola. Negli indici analitici, accanto alla parola “soglia” si trova per lo più una freccia con l’indicazione: vedi porta. La soglia e la porta (o il portale) sono la parte per il tutto. Questo tutto, nell’Antico Testamento, è la città: talvolta semplicemente quella terrena – Piangi porta! Grida, città! – talaltra quella celeste: “Il Signore ama più le porte di Sion che tutte la tende di Giacobbe”; nel Nuovo Testamento talvolta c’è la dannazione – le porte dell’Inferno – talaltra la redenzione: “Io sono la porta. Chi entra per me, sarà salvo”. Di conseguenza, nella coscienza comune le soglie significano: passaggio da un ambito all’altro. E forse non siamo tanto consapevoli che la soglia è anche un ambito a sé, o meglio un luogo particolare, di prova o di protezione. […]. Per la scienza odierna, però, non esistono più soglie in questo senso. L’unica soglia che ancora ci resta, dice uno dei maestri del pensiero moderno, è quella tra la veglia e il sogno, e anch’essa è a malapena percepibile. […]. Soglia non significa affatto: confini – questi non farebbero che estendersi sia dall’esterno che dall’interno – ma zona. Nella parola “soglia” c’è mutamento, marea, guado, valico, recinto (inteso come rifugio). “La soglia è la sorgente”, secondo un detto ormai quasi scomparso. E quel maestro del pensiero dice testualmente: “Era dalle soglie che gli amanti e gli amici attingevano le loro forze. – Ma (prosegue) dove ritrovare al giorno d’oggi le soglie eliminate se non in se stessi? Veniamo guariti dalle nostre proprie ferite. Se dalle nuvole non nevica più, continuerà in me a nevicare”. Ogni passo, ogni sguardo, ogni gesto dovrebbe divenire cosciente di sé come una soglia possibile e ricreare in tal modo ciò che è perduto. […] - Le soglie come luoghi di forza non sembrerebbero dunque scomparse ma divenute, per così dire, portatili sotto forma di forze interiori. Coscienti di queste soglie, ciascuno lascerebbe l’altro morire almeno di morte naturale. La coscienza delle soglie sarebbe perciò la religione naturale. Altro non ci sarebbe da promettere”. […]
Ora, anche a quelli che ascoltavano tornò il ricordo delle cose da tanto tempo disperse nella memoria. L’uno riprese la parola dall’altro, sicché venne a crearsi un racconto a più voci. […]
“Le donne erano solite mettere una sedia sulla soglia e star lì a lavorare a maglia. Dalla soglia io contemplavo spesso i temporali e mi lasciavo sfiorare dalle gocce o da qualche chicco di grandine. […]. A Pasqua, con le grandi pulizie di casa, si lavavano per bene anche le soglie: fumavano di vapore caldo, si mostravano nel loro aspetto originario e sapevano di buono. A Pentecoste le soglie prendevano un’aria di festa, con gli alberelli di betulla ai lati. La soglia della stanza dei genitori mi sembrava particolarmente alta. […]. In caso di terremoto, dicevano in paese, non si doveva correr fuori, ma mettersi sulla soglia, sotto l’architrave della porta: là si era al sicuro. Anche “sradicare” per me rientra nella “soglia”; perché in casa il legno della soglia era quello che bisognava sostituire più spesso; ed era anche lì che il fungo del legname attecchiva per primo. Le soglie assumono la loro evidenza solo in campagna; in città le si dimentica. […]. “La soglia è il mio luogo”, pensavo restandoci sopra fermo. […]. Qual è il contrario di paura delle soglie? – Felicità d’indugiare ai margini”.
Ci si rivolse a colui che aveva tirato in ballo la questione, chiedendo se avesse voluto “testare” la compagnia. E la sua risposta fu: no, non testare, ma portare a raccontare. “Ho infatti notato che non c’è niente di meglio, per portare gli altri a raccontare, che porre la questione della soglia”.
(Peter Handke, Il cinese del dolore, pp. 77-83)

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16 marzo 2008

Le Donne della Passione


"Alle porte di Roma… c'è un paese, Giulianello, dove le donne cantano una passione del Venerdì santo che è uno dei pezzi di musica contadina più belli, preziosi e rari sia dal punto di vista musicale che da quello della completezza e particolarità del testo che io abbia mai ascoltato in Italia.
Siamo vicinissimi alla capitale eppure le donne cantano con abbellimenti in perfetta regola con lo stile del discanto e una nota bassa continua e incurante delle eventuali variazioni armoniche suggerite dalla melodia che è una cosa tipica delle prime forme di polifonia.
Il calore e il colore di queste voci è speciale, sono voci per tradizione impostate fra petto, gola e risonanze solo facciali, fanno venire in mente le voci delle mondine sono voci che difficilmente vanno molto in alto, ma che sulle note centrali hanno uno spessore e una capacità di micromodulazioni straordinarie.
C'è tutta un'estetica speciale che è subito evidente appena questa bravissime donne di Giulianello si mettono a cantare. E il loro repertorio va dal canto monodico a quello polifonico a stornelli di mietitura, canti narrativi, tutti di grande respiro e ampiezza di melodia: questo paesino che si direbbe sperduto tra centri più popolosi vive di un concentrato di coincidenze per cui la musica contadina rimane aggrappata alle mura delle case e sembra fortunatamente non volersene staccare". 
Così parla del canto Giovanna Marini, che lo ha studiato per circa trent'anni facendo varcare i confini italiani tanto che una copia delle sue registrazioni è contenuta a Parigi nel Centre Pompidou. Le Donne non si sono mai sentite un gruppo musicale: il Venerdì Santo o nelle occasioni di lavoro o di festa, quando vengono chiamate per registrare o per esibirsi in rassegne di canto, fanno un passaparola e poi "chi c'è c'è".
I loro ruoli sono intercambiabili: la più brava fa da solista, e la struttura del loro canto polivocale si compone di tre ruoli : "chi arza, chi 'bbassa e chi fa il coro".
Tratto dal sito:


Le donne della Passione
Dal 15-03-2008 al 24-03-2008 presso le piazze, comune di Artena, Bassiano, Giulianello (Cori), Segni, Priverno, Maenza, Roccagorga e Sezze Romano (LT)


10 marzo 2008

Nei palazzi della memoria


“…ed eccomi giungere alle distese e ai vasti palazzi della memoria, dove stanno i tesori delle innumerevoli immagini impresse dalla percezione di ogni sorta di cose. Ivi è riposto anche tutto ciò che pensiamo, ampliando o diminuendo o comunque modificando i dati colti dai sensi, e qualsiasi altra cosa vi sia stata affidata e accantonata e che l'oblio non abbia ancora inghiottito e sepolto. Qui giunto posso richiamare tutte le immagini che voglio: alcune si presentano immediatamente, altre si fanno desiderare più a lungo, come si dovessero cavar fuori da ripostigli più segreti, altre ancora irrompono in massa, e mentre chiedo e cerco altro, balzano in prima fila con l’aria di dire "Non siamo noi per caso?" E io le scaccio con la mano del cuore dal volto del mio ricordo, finché ciò che voglio non si snebbia ed esce bene in vista dal nascondiglio. Altre infine sopraggiungono docilmente e in bell'ordine come le chiamo, e le prime cedono il passo alle successive e nel farlo si ripongono pronte a riapparire quando vorrò…
(Nei palazzi della memoria)…si conservano, distinte per genere, tutte le cose che vi sono entrate, ciascuna per il suo ingresso: la luce e tutti i colori e le forme dei corpi attraverso gli occhi, dalle orecchie ogni tipo di suono e tutti gli odori per il varco delle narici e tutti i sapori per quello della bocca, e attraverso la sensibilità del corpo intero, le sensazioni di duro e di molle, oppure di caldo e di freddo, di liscio e di ruvido, di pesante o di leggero, sia internamente che esternamente al corpo stesso. Tutte queste cose la memoria le accoglie nel suo vasto speco e in certi suoi misteriosi e ineffabili meandri per richiamarle quando occorre e riutilizzarle: e ogni cosa penetra in essa per la sua porta particolare e vi è deposta…”

(Sant’Agostino, Confessioni, X, VIII, 12-13, Fondazione Lorenzo Valla)

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27 febbraio 2008

Oltre la tana dell'armadillo


Anticamente gli Indios, non conoscendo la Terra, abitavano nel Cielo.
Un giorno, un cacciatore si imbatté in un armadillo e cominciò a inseguirlo. L’animale, fuggendo impaurito, riuscì a trovare rifugio nel profondo della sua tana, ma l’Indio non si perse d’animo e cominciò a scavare con decisione.
Scavò giorno e notte finché non riuscì ad agguantare l’armadillo, ma nel momento stesso in cui era quasi riuscito ad afferrarlo il fondo del cunicolo si aprì e solo per miracolo l’Indio riuscì ad aggrapparsi al ciglio della voragine che si era aperta sotto di lui.
Paralizzato dalla paura, dondolava nel vuoto, quando ai suoi occhi meravigliati apparve uno
spettacolo di indescrivibile bellezza: uno sconfinato arcobaleno, fatto di tante sfumature di
verde, di cui non si riusciva a vedere né l’inizio, né la fine. Riacquistate immediatamente le forze per effetto della sorpresa, corse subito a chiamare i compagni che lo seguirono incuriositi e che, come lui, restarono attoniti sul bordo della voragine ad osservare l’arcobaleno verde.
L’arcobaleno sprigionava un calore che arrivava a lambirli, e l’aria, che odorava di sconosciuti profumi, era attraversata dal canto di migliaia di uccelli e da farfalle dalle ali variopinte che volteggiavano tranquille posandosi, di tanto in tanto, su fiori dalle coloratissime corolle.
Guardando con più attenzione capirono che quello che sembrava un meraviglioso arcobaleno verde era in realtà la grande foresta. Fiumi chiari si alternavano a fiumi scuri e quando le loro acque si incontravano acquistavano sfumature di incomparabile bellezza. I pesci erano così numerosi quasi da non trovar posto in acqua, così che ogni tanto si vedevano saltare qua e là e gli alberi si piegavano al peso di abbondanti frutti, succosi e profumati.
Gli Indios, incantati davanti a tante meraviglie, sentirono forte il desiderio di raggiungere quel mondo prosperoso che li aspettava al di là della voragine, di lasciare la loro dimora, il Cielo: ma come fare ad oltrepassare la soglia? Come raggiungere la grande foresta che li aspettava sulla Terra?
Il Consiglio degli anziani si riunì e decise che unendo tra loro tutti i bracciali e le collane della tribù si sarebbe fatta una lunga fune robusta che avrebbe consentito a tutta la tribù di calarsi sulla Terra.
Piano, piano gli Indios cominciavano a scendere, uno dietro l’altro, aggrappati alla fune. Alcuni scendevano con foga, ansiosi di raggiungere la grande foresta, altri decidevano di restarsene in Cielo, alcuni titubavano…
Quando quasi tutti i guerrieri erano scesi, un bambino dispettoso che passava vicino alla fune la tagliò con un coltellino e nessuno potè più scendere sulla terra.
Fu così che alcuni Indios rimasero per sempre lassù e quando la sera accendono i loro fuochi vediamo le nostre notti brillare di miriadi di stelle…


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16 febbraio 2008

Gesti monumentali: Ise Jingu


All’interno del Santuario di Ise Jingu, in Giappone, i templi sono costruiti in legno di cipresso non trattato, né verniciato e assemblati senza l’utilizzo di chiodi o di altre legature di metallo. La loro sopravvivenza è garantita dalla ricostruzione che ogni 20 anni viene fatta dai sacerdoti scintoisti, depositari del sapere costruttivo che tramandano alle generazioni future insieme alla fisicità dell’edificio e alla tradizione spirituale: “I Giapponesi ritengono che all’interno di una forma architettonica giaccia nascosto, nonostante le trasformazioni intervenute, qualche cosa d’invisibile ereditato dal passato” (Ando Tadao, Le opere, gli scritti, la critica, a c.di F. Dal Co, Electa, Milano, 1994). Un sacerdote scintoista partecipa, nell’arco della sua vita a tre ricostruzioni: a 20 anni come solo osservatore, a 40 come costruttore, a 60 come esperto capo cantiere.
La rigenerazione degli edifici e di tutti gli oggetti in essi contenuti inizia con la cerimonia di purificazione degli operai prescelti, segue il taglio dei 13.200 alberi, che avviene con otto anni di anticipo, quello delle 25.000 fascine di miscanthus che serviranno alla copertura del tetto, quindi la stagionatura, la sagomatura e via,via, la posa dei pilastri, l’erezione delle pareti e, in fine, l’innalzamento della trave di colmo, la cerimonia più importante che coinvolge un enorme numero di sacerdoti.
Gesti e saperi monumentali, forse più di quanto lo siano i templi stessi…i movimenti di centinaia di corpi coordinati alla perfezione, le precise inclinazioni dei tagli, le corrette impugnature delle lame, la giusta forza da imprimere ad una spinta: far di se stessi un utensile, essere l’utensile di una volontà collettiva, che a sua volta è consapevole di essere l’utensile di una volontà superiore…

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14 febbraio 2008

Poscia corse vêr lui dirittamente/Disciogliendosi in lagrime; ed al collo/Ambe le braccia gli gettava intorno…(Odissea, XXIII)


LA TELA

Lavoro il filo
per la necessità di abitare il mio corpo
in un punto interiore
da cui tessere un ordine preciso:

espressione organica
poema camminabile
trappola per chi non sa leggere

l’origine e l’orizzonte del segno.

(A. Farabbi, da La tela di Penelope, Lietocolle 2003)


Penelope è la regina, un personaggio attivo e dinamico, nell'apparente immobilità, strategico per la sopravvivenza stessa e la corretta interpretazione del poema. Senza Penelope non c'è Odissea…E' lei stessa, a ben vedere, la tela, la trama, il punto di partenza e insieme di arrivo per Ulisse. Senza Penelope Ulisse sarebbe preda del suo stesso mito, chiudendosi in esso a mezz'aria come senza contatto con la realtà; e peraltro non avrebbe avuto alcun motivo logico per non concludere il suo viaggio molto prima da qualche altra parte e non a Itaca…
Il fulcro del poema non sta nel viaggio, ma nel ritorno, a Itaca.
E la ragione del ritorno non è il reame o le deluse famiglie dei compagni morti, ma solo Penelope, solo lei.

(dalla nota all’opera di G. Lucini)

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06 febbraio 2008

Storie


"Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si riuniscono tra loro in società e lavorano e lottano, non può non piacerti più di ogni altra cosa"

(Antonio Gramsci, Lettera al figlio Delio, Roma 1936)






Nella foto, dell'anno 1938, la scolaresca di mia nonna Ines e, settimo in basso da sinistra, un maschietto con il grembiule bianco da bambina pur di stare in classe con la mamma...

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04 febbraio 2008

Teofrasto, Caratteri, XVI, Il Superstizioso



"La superstizione è chiaramente una paura di fronte alla divinità e il superstizioso è uno che, quando incontra un funerale, si lava le mani, si spruzza con l'acqua lustrale, infila una foglia di alloro in bocca e gira con quella per tutto il giorno. Se una donnola gli attraversa la strada, non va più avanti finché qualcun altro non gli si sia passato avanti oppure fino a che egli non ha gettato tre sassi lungo la traccia, oltre la strada. Quando vede in casa una serpe e si tratta di un saettone invoca Sabazio; se è una serpe sacra, allora innalza subito sul posto un piccolo altare. Quando passa vicino alle pietre unte che sono nei crocicchi, ci versa sopra un po' d'olio da una fiaschetta, cade in ginocchio, bacia la pietra e solo dopo di ciò passa oltre. Se un topo ha rosicchiato il sacco della farina, va dall'indovino e gli chiede che cosa deve fare e se questo gli risponde di far rappezzare il sacco dal sellaio, non gli basta, ma torna a casa a fare un sacrificio. È solito purificare spesso la casa perché, dice, vi è stato un sortilegio di Ecate. Se quando egli passa, le civette si agitano e schiamazzano, dice «Atena trionfi» e solo dopo va avanti. Non ha il coraggio di avvicinarsi né ad una tomba né ad un cadavere né ad una puerpera, ma sostiene che gli preferisce non contaminarsi. Il quarto e il settimo giorno del mese ordina ai suoi di bollire vino e lui stesso esce a comperare coccole di mirto, incenso, focaccette sacre e poi entra in casa e inghirlanda le teste di Ermes; per tutto il resto del giorno è fuori di sé. Se per caso ha sognato, corre dall'interprete, l'indovino, l'aruspice, per chieder loro quale dio o quel dea debba pregare. Ogni mese va con sua moglie dagli Orfeotelesti per farsi iniziare e se la moglie non ha tempo, porta la balia e i bambini. E si direbbe essere uno di quelli che si purificano diligentemente spruzzandosi con l'acqua del mare. Quando, come capita, ad un crocevia vede uno di quelli con le corone d'aglio corre a casa, si lava da capo a piedi, chiama una sacerdotessa, e si fa purificare con la scilla o con un cagnolino.Quando vede un pazzo o un epilettico, rabbrividisce dalla paura e si sputa nelle pieghe della veste."

(Teofrasto, Caratteri)

Teofrasto, nato ad Ereso nel 371, filosofo e naturalista greco, discepolo di Aristotele, che dal 322 assunse per 25 anni la direzione del Liceo, nei "Caratteri” applicò il metodo empirico-descrittivo alla realtà etica e psicologica e con trenta schizzi morali rappresentò efficacemente ogni preciso tipo umano.

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28 gennaio 2008

Nina si voi dormite (Leonardi-Marino, 1901)


'Nde 'sta serata piena de dorcezza
pare che nun esisteno dolori.
Un venticello come 'na carezza
smove le piante e fa' bacià li fiori.


Nina, si voi dormite,
sognate che ve bacio,
ch'io v'addorcisco er sogno
cantanno adacio, adacio.
L'odore de li fiori che se confonne,
cor canto mio se sperde fra le fronne.

Chissà che ber sorriso appassionato,
state facenno mo' ch'ariposate.
Chissà, luccica mia, che v'insognate?
Forse, che canta chi v'ha innamorato.

Nina, si voi dormite,
sognate che ve bacio,
ch'io v'addorcisco er sogno
cantanno adacio, adacio.
L'odore de li fiori che se confonne,
cor canto mio se sperde fra le fronne.

Però, si co' 'sto canto, io v'ho svejato,
m'aricommanno che me perdonate.
L'amore nun se frena, o Nine amate,
che a vole' bene, no, nun è peccato.

Nina, si voi dormite,
sognate che ve bacio,
ch'io v'addorcisco er sogno
cantanno adacio, adacio.
L'odore de li fiori che se confonne,
cor canto mio se sperde fra le fronne.

Vi invito a visitare:
http://www.danielemutino.it

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27 gennaio 2008

Una sequenza di millenni


"Di tre cose si ciba l'uomo, del vitto che alimenta il corpo, delle induzioni dei sensi che alimentano la mente, e del prana che alimenta lo spirito. Il vitto rende l'uomo parte del regno vegetale e animale, riso e mango, latte e miele gli danno vita; le percezioni lo rendono parte del mondo umano, piaceri e sofferenze, ambizioni e paure, certezze e titubanze gli danno vita; il prana lo rende parte delle energie cosmiche, luce e calore, emanazioni che scendono dal cielo e quelle che lo raggiungono dalla terra gli danno vita. Da sempre l'uomo recepisce ed emana, e la vita è quello che diamo e quello che riceviamo.
Ma l'uomo si chiede: 'Cosa diamo? Cosa riceviamo?'
Non ha memoria?
Così poco conosciamo se non conosciamo neppure noi stessi"

Baba Shaligram Dasji, guru di Bhimbetka (da Note di Viaggio, Madjia Pradesh, 1981)


Baba Shaligram Dasji, rinomato guru di Bhimbetka, aveva trovato il suo eremitaggio nella grotta tempio della dea Drga, in mezzo alla foresta. Seguaci, pellegrini e bisognosi di cure percorrono la lunga e accidentata pista tra le montagne per raggiungere il santuario. Sulle pareti rocciose si sono accumulate le impronte del tempo; accanto alle pitture buddiste, affiorano tracce di pitture preistoriche. Una sequenza di millenni ci riporta alle origini. La grotta è stata luogo di culto da tempi immemorabili.

Dal Preambolo a Le radici della cultura, E. Anati, Jaca Book 1992

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18 gennaio 2008

Le quattro porte


Così abbatterono le quattro porte:
la prima fu la porta antica quella
rivolta a sud che si chiudeva ombrosa
sull'arsura di luglio.

Poi demolirono, insieme con le mura,
la scolorita porta orientale che
ogni giorno aveva roso i cardini
per far entrare l'alba.

La porta occidentale che accostava
i suoi battenti al cielo fu devastata
dalle sentinelle che si erano stancate
di vegliare.

E la porta del nord, barriera alle correnti
che spossavano chiunque osasse fermarsi
a un crocevia, crollò da sola. Allora
i venti irruppero nella città indifesa.

Si spensero le lampade presso le lapidi e le piogge
battenti sopra i contrafforti, cancellarono
rapide
anche il nome dei morti.

Bruna Dell’Agnese da STANZA OCCIDENTALE (Parma, 1985 ed. La Pilotta)

Bruna Dell'Agnese è originaria di Borgomanero, vive a Milano e trascorre lunghi periodi sul lago d'Orta. Ha iniziato a pubblicare tardi, nel 1980, sulla rivista "Nuovi Argomenti" diretta allora da Alberto Moravia, Enzo Siciliano e Attilio Bertolucci. Era stato proprio l'incontro con quest'ultimo, avvenuto nel piccolo villaggio marino di Tellaro, presso Lerici, a convincerla a farlo. Fino allora infatti si era sempre considerata estranea alle correnti dominanti nella poesia italiana. Benché le sue tematiche "la razionalizzazione, lirica, della condizione esistenziale e la tentazione di cogliere il reale nel suo fluire contradditorio", come scrisse Bertolucci presentando il suo primo libro Stanza Occidentale, fossero quelle del suo tempo, la sua lingua, lontana da ogni oscurità, "assolutamente cristallina", come rilevava lo stesso Bertolucci nella medesima presentazione, la collocavano in un posto tutto suo, "lontana da ogni scuola" come vide Vittorio Sereni. Passati i tumultuosi anni delle avanguardie, la calma voce di Bruna Dell'Agnese poteva trovare ascolto. Accolta e apprezzata da critici e scrittori, (Lalla Romano, Paola Capriolo, Giacinto Spagnoletti, Pietro Citati, Charles Tomlinson e molti altri), amata e seguita dal suo pubblico, ora Bruna Dell'Agnese ha trovato la sua giusta collocazione nel panorama della poesia contemporanea italiana.


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17 gennaio 2008

Come il sole e la luna salirono in cielo


Tanto tempo fa il sole e la luna vivevano sulla terra.
Un giorno si svegliarono così tanto assetati che decisero di andare dai loro vicini uccelli selvaggi, che conservavano l’acqua in grandi e pesanti recipienti, a chiedere un po’ d’acqua, ma quando il sole e la luna arrivarono gli uccelli selvaggi negarono loro di bere. Il sole, essendo un disobbediente, prese ugualmente uno dei recipienti e vi poggiò la bocca per spegnere la sua arsura, ma ecco che accadde il disastro! Il recipiente gli sfuggì dalle mani: cadde, si ruppe e tutta l’acqua andò persa, gli uccelli, allora, inferociti corsero dietro al sole e alla luna che fuggirono via terrorizzati. Il sole e la luna si nascosero in un una casa in mezzo alla foresta, ma non servì perché furono presto scoperti. Allora avvenne il peggio! Il sole dalla rabbia di essere stato scoperto divenne rovente e gli uccelli, non potendo più stare in piedi dal gran caldo, cominciarono a sbattere violentemente le ali , tanto da provocare un vento fortissimo che scagliò il Sole e la Luna nel cielo.
Nessuno più poté far tornare da lassù il sole e la luna.

Leggenda Yanomami

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28 dicembre 2007

明けましておめでとうございます


Tra pochi giorni inizia l'anno del Topo, auguri!
Stefalga

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16 dicembre 2007

Ordito e trama


O nostra Madre Terra, o nostro Padre Cielo,
Tessete dunque per noi un abito splendente;
Sia ordito la bianca luce del mattino,
Sia trama la rossa luce della sera,
Sia frangia la pioggia che cade,
Sia orlo l'arcobaleno che s'inarca.
Cosmogonia Tewa, New Mexico

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07 dicembre 2007

Chichicastenango


La Madre Terra apre, a volte delle porte che portano in storie magiche.
Una di queste porte è sull'altopiano guatemalteco. Il giorno del mercato i guaritori e gli stregoni scendono dalle montagne a Chichicastenango e tutto si riempie di fumi profumati. I piccoli colibrì sulle fucsie danno la dimensione ella piccolezza dell'arancia blu su cui viviamo e, insime, della stupenda complessità cromatica e degli odori e dei suoni di questa.


L'ambra bruciata mischia incensi antichi
alle nebbie di vulcani di terremoto
nel paese dell'altipiano guatemalteco.
Fuoco di legna e penna di Ara arcobaleno
diradano l'umidità con sapienti mani di Indios:
talismani di giada verde a Chichicastenango.
Domani scenderanno i guaritori
dalle montagne di ossidiana:
talismani di giada nera a Chichicastenango.
All'imbrunire i pescatori di Sant'Antonio
stendono reti di indaco sul lago Atitlan:
il colore raro dei telai delle piccole Maya.

(Enzo Tiezzi, dal catalogo della mostra Sacro e sorriso, Siena, Magazzini del sale, 2007)

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29 novembre 2007

Giardino chiuso tu sei...


“Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata.”
(Cantico dei Cantici ,4,12)

Mercoledì 28 novembre 2007 è stata inaugurata a Roma, presso la Basilica di Santa Croce in Gerusalemme l’opera di Jannis Kounellis "Sipario”, un caleidoscopico cancello che vela e svela nello stesso tempo l’Orto Monastico della Basilica.
“Il sipario - ha commentato Kounellis - crea un ipotetico impedimento, è un sipario dalle cui trasparenze gli attori si vedono. Il dramma non ha mai inizio… non si prevede una fine… che in questo caso la meraviglia della natura, da quel punto di vista/prospettiva della porta, è sempre presente, sempre esposta, in tutte le stagioni, raccolta in quell'angolo, protetta dalle mura aureliane, per sussurrare all'orecchio la sua potenza sul territorio della chiesa di Santa Croce in Gerusalemme nel cuore di una Roma realistica”

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14 novembre 2007

Lo spazio del margine


Nella complessa concezione arcaica dello spazio il margine possiede una complessa specificità spaziale. Perfino il confine tra due territori, che la moderna cartografia ci ha abituato a concepire come una linea, nell’antichità era spazio: “Attualmente da noi un paese confina con un altro; ma non era così quando il suolo cristiano non costituiva che una parte dell’ Europa; intorno a questo territorio esisteva tutta una fascia neutra, divisa praticamente in sezioni, le marche. Esse si sono a poco a poco ritirate, e sono poi scomparse, ma il termine letterale di marca conservò il significato letterale di passaggio da un territorio a un altro attraverso una zona neutra. Le zone di questo ordine svolsero un ruolo importante nell’antichità classica, soprattutto in Grecia; esse erano luogo di mercato o di combattimento….costituite , di solito, da un deserto, da una palude e soprattutto da una foresta vergine in cui si può passare e cacciare in piena libertà”. (A. Van Gennep, I riti di passaggio, Torino 1981).
“Gli antichi greci gli avevano dato un nome –eschatia”
propone C. Montepaone (in Lo spazio del margine, Roma, 1999) “una forma, una ritualità in termini di opposizione/relazione alla città. Lo avevano idealmente popolato di figure mitiche dalle caratteristiche significative (…), protagonisti sospesi in disagevoli ingorghi, dalla giovane età, dalle grandi confusioni (…) Lo avevano attribuito ad una categoria per antonomasia, le donne. Ad una condizione politica: i rivolgimenti interni, la stasis, caratterizzata da non continuità, squilibrio, eccesso.”
Il margine, dunque, come luogo ideale della trasformazione, oggettiva e metaforica, della crescita, dell’integrazione, della risoluzione di tensioni generazionali, politiche e sociali. Rappresentando la “liminalità” finalizzata all’integrazione sociale, funzione che si è conservata fino ai nostri giorni, la sintassi del margine si estende fino a comprendere oltre alla categoria dello spazio anche quella del tempo.

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02 novembre 2007

Fame da morti


Quanno so' morto copreme de pizze,
fammelo un cuscinetto de ricotte
e 'na coperta de tutt'ova fritte.
Le Sante Torce fussero sarcicce
e l'Acqua santa de quer Greco forte,
la sepportura fusse 'na porchetta.
Dio, che morte felice sarebbe questa!

(Canzone romana, primi del '900)

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29 ottobre 2007

Il Törggelen


L'autunno vince con i suoi colori, tra tutti il giallo e poi i rossi bruciati così consunti e terrosi, le improvvise fiammate degli alberi più stanchi in mezzo al bosco ancora verde, l' evaporazione dei larici di cui resta il solo “essere stati”, il tappeto arrugginito delle foglie di faggio, le sonnambule foglie dei platani che volano di quel volo indeciso, come se volessero tornare sul loro ramo, le frustate rosse della vite del Canada sulle facciate delle case di pietra e il reticolo arterioso dei glicini.
In questi giorni, a cavallo del giorno dei Santi, si aprono in tutto il Tirolo ed in particolare nella parte Sud ( tra Novacella, Chiusa ed il Brennero ) tutti i masi di montagna per il Törggelen; il più simpatico dei riti conviviali altoatesini.
Il termine viene fatto derivare sia dal latino "torquere" e si riferisce alla pressatura del mosto dopo la vendemmia, sia da “Torculum”, lo strumento per la pigiatura dell’uva da cui si ottiene il mosto: il vino nuovo, detto anche, "Nuie",dal basso contenuto di alcool, un po' acidino e molto zuccherino si unisce a speck, pane nero e frutti di stagione, tra tutti la castagna .
La castagna viene portata in tavola direttamente dalla cucina in panni umidi, quasi scodellata in centrotavola, viene sbucciata ustionandosi le dita e sopra ci si mette un fiocco di burro di malga, in alcuni masi si mangiano gnocchi e zuppe di castagne profumate con maggiorana, e per finire in dolcezza krapfen con mirtilli rossi a volontà.

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25 ottobre 2007

WIP


"La delimitazione non è ciò su cui una cosa si arresta, ma come i greci riconobbero, è ciò da cui una cosa inizia la sua presenza"


Martin Heidegger da "Saggi e discorsi"

18 ottobre 2007

Mission


Cluster meeting flow chart brainstorming internal auditing range customer care follow up lean organization balanced score card reporting line format value stream map check list front office back office standard target budget compliance input output coaching training know how ratings.

13 ottobre 2007

Senza passaggio


Marc Augé rileva come i riti che in tutte le società “tradizionali” a noi note hanno la funzione di demarcare i momenti di frontiera, in particolare quelli tra l’infanzia e l’adolescenza o tra l’adolescenza e l’età adulta, abbiano perso al giorno d’oggi il loro valore e di conseguenza i riti d’iniziazione, che dei riti di passaggio fanno parte, siano meno importanti. Ad esempio i giovani restano molto a lungo nella cerchia familiare e l’età in cui lasciano il proprio nucleo di origine non è più molto ben definibile: una frontiera molto più sfumata rispetto ad alcune generazioni fa in cui è evidente l’eccessivo prolungamento della fase liminare. Lo stesso è accaduto con la scomparsa di riti più formalizzati e di spiccato carattere sociale, basti pensare al servizio militare che ha rappresentato un grande rito di passaggio tra la giovinezza e l’età adulta: scomparso in molti paesi d’Europa o sostituito dal servizio civile o da un servizio più breve, non ha più la nettezza di una demarcazione di frontiera. La giovinezza ha perso in parte i suoi ambiti specifici, i tempi enormemente dilatati hanno reso la sua “marginalità” molto simile all’“emarginazione”, sovente, infatti, la qualifica di "giovane" è assimilata ad altre categorie della popolazione: borderline e immigrati. Spesso, come afferma Augé: “Si trova la giovinezza solo là dove la si può identificare, e la si identifica in un certo luogo estraneo o particolare” enfatizzandone solo l’aspetto dell’inquietudine e avvicinandola ad altri fenomeni: la violenza, i piccoli gruppi di giovani che formano circoli chiusi, le attività esotiche del fine settimana, e via dicendo. La comparsa di riti che caratterizzano l’accesso a ristrette categorie di individui, si pensi alle gang giovanili americane o brasiliane, le sette sataniste, o gli episodi spesso venuti alla cronaca del “bullismo” nelle scuole, del “nonnismo” nelle organizzazioni militari, o i più miti rituali di accesso aziendali che nella loro versione più esasperata confluiscono spesso in episodi di mobbing, mostrano che esiste una forma di nostalgia del sistema iniziatico tradizionale, ma nello stesso tempo rivelano una perdita sul versante simbolico, una non corrispondenza tra il potere simbolico attribuito dall’atto di ingresso imposto dal rito e l’ effettivo potere derivante. Vissuto come un gioco degradante il rito perde tutto il suo valore di integrazione sociale ponendosi agli antipodi rispetto ai valori delle società moderne.

11 ottobre 2007

"Centro-città"


"Le città quadrangolari, reticolari (Los Angeles, per esempio) producono, così si dice, un disagio profondo: esse feriscono in noi un senso cenestesico della città, il quale esige che ogni spazio urbano abbia un centro in cui andare, da cui tornare, un luogo compatto da sognare e in rapporto al quale dirigersi e allontanarsi, in una parola, inventarsi. Per molteplici ragioni l'Occidente ha fin troppo ben compreso questa legge: tutte le sue città sono concentriche; ma, conformemente al movimento stesso della metafisica occidentale, per la quale ogni centro è sede delle verità, il centro delle nostre città è sempre pieno: luogo contrassegnato, è lì che si raccolgono e si condensano i valori della civiltà: la spiritualità (con le chiese, il potere (con gli uffici, il denaro (con le banche), le merci (con i grandi magazzini), la parola (con le "agorà": caffè e passeggiate). Andare in centro vuol dire incontare la "verità" sociale, partecipare alla pienezza superba della realtà."
R. Barthes, L'impero dei segni

06 ottobre 2007

De mirabilibus mundi


“Trovai una spiegazione illuminante nel sesto libro dei Naturalia di Avicenna, in cui si dice che è insita nell’anima umana una certa proprietà di cambiare le cose, e che le altre cose le sono soggette; e precisamente quando essa è trascinata a un grande eccesso di amore o di odio o qualcosa di analogo. Se quindi l’anima di un uomo cade in preda ad una grande eccesso di una qualche passione, si può stabilire sperimentalmente che l’eccesso costringe le cose e le cambia nella direzione verso cui tende. (…) Chiunque può influenzare magicamente ogni cosa, se cade preda di un grande eccesso…e allora lo deve fare precisamente in quella ora in cui l’eccesso lo aggredisce e agire con le cose che l’anima gli prescrive. Infatti l’anima è allora così bramosa della cosa che vuole causare, che afferra anche da sé l’ora più importante e migliore che ‘comanda’ anche alle cose che più convengono a quell’effetto”.
Alberto Magno, De mirabilibus mundi

30 settembre 2007

...e ancora labirinti


La cultura occidentale ha conservato il significato magico-sacrale del labirinto -uno dei segreti attribuiti a Salomone- attraverso la tradizione cabalistica e alchemica e nelle dottrine ascetico-mistiche, dove percorrere il labirinto equivale a concentrarsi su se stessi e attraverso i mille cammini delle sensazioni raggiungere la luce senza smarrirsi nei giri del labirinto. In questo senso il labirinto è simile al mandala, che presenta spesso un aspetto labirintico, soprattutto nella interpretazione che ne da C. G. Jung come “rappresentazione simbolica della psiche, la cui essenza ci è sconosciuta”, ma la cui contemplazione ispira serenità e avvicina al raggiungimento del senso e dell’ordine della vita.
Significativi sono i labirinti che si trovano immediatamente dopo l’ingresso presso i portali occidentali delle chiese medievali e che raffigurano tracciati penitenziali simbolici, ma anche praticamente percorribili: essi rievocano la funzione iniziatica del labirinto pagano come nel caso del labirinto pavimentale presso il portale occidentale della Cattedrale di Ely. Il percorso attraverso le circonvoluzioni purifica e prepara all’entrata definitiva nell’edificio sacro, mentre l’uscita dal labirinto è intesa come il momento di redenzione che identifica la via da seguire con il Cristo la cui morte e resurrezione conducono alla salvezza.
Sui labirinti delle Cattedrali di Auxerre e di Sens, il vescovo o il decano e il Capitolo eseguivano particolari cerimonie durante la celebrazione della Pasqua, o veri e propri giochi e danze durante l’ufficio festivo settimanale. Nel labirinto in bassorilievo che si trova su una pietra murata nell’esonartece occidentale del Duomo di San Martino a Lucca all’aspetto simbolico si aggiunge un’esperienza tattile: su di esso gli abitanti della città si divertivano a muovere le dita seguendo lo svolgersi delle linee dall’esterno verso il centro, usanza che si è ripetuta negli anni fino quasi a cancellare la raffigurazione.

28 settembre 2007

Labirinti


Presente tra i più antichi simboli apotropaici, il labirinto è, tra l’altro, destinato ad arrestare e disorientare l’intruso che non potrà proseguire finché non avrà trovato la via che ne raggiunge il centro. E’ lo scopo dei labirinti disegnati sulle porte delle case indiane per impedire l’accesso agli spiriti. Interessante è la notazione riportata da Hermann Kern (Labirinti, Feltrinelli, Milano, 1981) sulle modalità di esecuzione e sui significati magici di queste rappresentazioni:
“…disegni come questo vengono tracciati talvolta sulla soglia di casa e quindi all’esterno della casa stessa, sulla via soprattutto nell’India sudorientale, nella regione del Tamil. Essi vengono eseguiti solo da donne indù, prima del levar del sole; e solo nel margalì , il mese infausto dei Tamil (dalla metà di dicembre alla metà di gennaio), ossia quando si suppone – dopo il solstizio invernale – che il sole debba morire… Per l’esecuzione del disegno viene scelta una superficie – di un metro quadrato circa – che viene lavata con acqua, e spruzzata ancora umida con polvere bianca (gesso, calce, farina) dalla donna di casa, che disegna in tal modo una linea dal tracciato labirintico. Questa operazione viene ripetuta nel mese di margalì ogni mattina prima del levar del sole; non si pone alcuna cura nel tentare di conservare il disegno, che va ben presto distrutto; ciò dimostra che la sua efficacia non si esplica al livello ottico; in realtà si tratta di una magia apotropaica, come risulta dalla localizzazione temporale e spaziale del disegno, così come dal tracciato stesso”.

26 settembre 2007

Simboli della protezione

Le testimonianze materiali che confermano la soglia come sede di presenze divine con funzione apotropaico-tutelare sono molto numerose. Il repertorio iconografico dei “guardiani della soglia” è molto vario e fa riferimento a diverse tipologie sia per quanto riguarda le porte stesse sia per ciò che concerne gli spazi di cui tali porte regolavano l’accesso.
La soglia delle urnette a capanna di età villanoviana è tutelata a volte da grafismi simbolici di valore apotropaico, altre da figurine umane: le abitazioni, che esse rappresentano in miniatura, hanno pareti in argilla ed elementi vegetali tenuti insieme da un telaio di paletti lignei, tetti di saggina disposti su un sostegno di travi, pianta circolare o ellissoidale o rettangolare con angoli stondati, l’entrata è spesso coperta da un piccolo protiro.
Una ricca decorazione geometrica a meandri e labirinti molto spesso decora le parti destinate alle aperture (ingressi, tetto) e, sebbene si ispiri alla tradizionale decorazione geometrica fittile coeva, tuttavia non si può escludere il suo valore simbolico, tanto più che spesso compaiono anche due figurine umane affiancate a rappresentare la coppia coniugale, divina o umana, che “tutela” la capanna.
La rappresentazione del labirinto compare frequentemente in corrispondenza delle porte e questo in diversissimi contesti culturali, ambientali e in un arco cronologico molto vasto con un significato metaforico legato alla difficoltà del passaggio e alle sue implicazioni sacrali e iniziatiche. Il labirinto è una delle rappresentazioni più emblematiche della difficoltà del passaggio: il completamento del percorso che si dipana lungo molte circonvoluzioni dove la percezione dello spazio è resa enormemente complessa dal muro che lo isola dall’esterno, dall’impossibilità di orientarsi, e il finale raggiungimento dell’unica via d’uscita richiedono un alto grado di concentrazione, di pazienza, di determinazione, il cui possesso è indice della raggiunta maturità, conoscenza, e forza fisica. “…l’eroe ( o più spesso l’anima del defunto in viaggio verso l’Oltretomba) – dice J. Rykwert- per superare il mostro deve trovare la via attraverso un labirinto o dimostrare di saper tracciare un disegno labirintico…”

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24 settembre 2007

Spade, guerrieri, etc.


Il guerriero della luce contempla le due colonne che fiancheggiano la porta che intende aprire. Una si chiama “Paura”, l’altra “Desiderio”.
Il guerriero guarda la colonna della Paura, sulla quale è scritto : “Entrerai in un mondo sconosciuto e pericoloso, dove tutto ciò che hai appreso fino ad ora non servirà a niente.
Poi osserva la colonna del Desiderio sulla quale legge: “Uscirai da un mondo conosciuto dove sono custodite le cose che hai sempre voluto, e per le quali hai lottato duramente.
Il guerriero sorride perché non esiste niente che lo spaventi né che lo leghi.
Con la sicurezza di chi sa ciò che vuole,apre la porta.
P.Coelho Manuale del guerriero della luce

19 settembre 2007

Dino Campana


...E me ne andavo errando senz’amore

Lasciando il cuore mio di porta in porta:

Con Lei che non è nata eppure è morta

E mi ha lasciato il cuore senz’amore:

Eppure il cuore porta nel dolore:

Lasciando il cuore mio di porta in porta.

(Sera di fiera - Canti orfici, 1914)

03 settembre 2007

Drastici rimedi omeopatici

I riti basati sul sezionamento della vittima sacrificale in due metà e sulla deambulazione omeopatica attraverso di esse, diffusi in tutte le latitudini ed in tutti i tempi e spesso in connessione con ambiti spaziali fortemente caratterizzanti quali sono i ponti, le soglie e le porte, possono essere interpretati anche come di riti di purificazione e di alleanza e, cosa normalissima nelle complessità concettuale della mentalità arcaica, non va mai trascurata la possibilità che diversi significati si sovrappongano creando complesse architetture simboliche. E’ a questa tipologia di riti destinati a propiziare l’aggregazione e la riaggregazione di gruppi sociali che può essere ascritto il sacrificio del cavallo che si svolgeva a Roma durante la festa dell’October Equus: l’antica ostilità tra le due comunità dei sacravienses e dei suburani, una volta appartenenti a villaggi diversi, veniva ogni anno commemorata ed esorcizzata attraverso la contesa delle parti dell’animale, mentre la loro ricongiunzione presso la Regia costituiva il rimedio omeopatico che sanciva e rinsaldava la coesione sociale. Ad un drastico rimedio omeopatico ricorse anche Giulio Cesare nel 46 a. C. quando si trovò ad affrontare un inaspettato ammutinamento delle truppe acquartierate nella stessa Roma, racconta Dione Cassio che, dopo aver fatto giustiziare uno dei ribelli: “altri due uomini furono sgozzati secondo un particolare rituale religioso. Non sono in grado di fornire i motivi di questa procedura, non prescritta né dai Libri Sibillini, né da nessun oracolo di questo tipo. È sicuro però che furono sacrificati nel Campo Marzio dai pontefici e dal sacerdote di Marte e che le loro teste furono portate e messe nella Regia”. Non si hanno elementi maggiori per poter affermare che all’uccisione seguì una cerimonia di deambulazione tra le teste degli uomini sacrificati, ma il fatto che teatro del sacrificio siano stati la Regia e il Campo Marzio, gli stessi luoghi dell’October Equus, può far supporre un rituale simile: il pericolo di una scissione aveva costretto la comunità a ricorrere al sacrificio umano e all’atto simbolico di salvaguardare la coesione interna attraverso il rituale del passaggio attraverso un corpo tagliato.

30 agosto 2007

Rimedi omeopatici

Nel mondo greco è noto un rito descritto sia da Tito Livio che da Quinto Curzio. L’episodio descritto da Tito Livio (40, 6, 1) si svolge all’epoca di Filippo V, durante la rivalità tra i figli Demetrio e Perseo: “Si arrivò quindi alla data della purificazione dell’esercito celebrata secondo il seguente rituale: si taglia un cane a metà, si piazza la parte comprendente la testa sulla destra di una strada, e la parte posteriore con le viscere, sulla sinistra; si fa poi sfilare l’esercito in armi tra i due pezzi di questa vittima”.
Nella testimonianza di Quinto Curzio, X, 9, 11 l’episodio si colloca dopo la morte di Alessandro Magno, durante le guerre che opposero Perdicca a Meleagro: “Si decise una lustrazione dell’esercito conforme alla tradizione; la discordia passata sembrava essere un motivo plausibile. I re di Macedonia erano soliti fare la lustrazione dell’armata gettando le interiora di una cagna tagliata in due all’inizio della pianura in cui si conduceva l’esercito, a destra e a sinistra...”
In entrambi i casi passare attraverso le due metà dell’animale sacrificato ha il significato simbolico di risolvere una controversia che rischierebbe di spaccare in due la comunità: un rito omeopatico risolve, cioè, la frattura dell’unità sociale tramite il contatto con la frattura rituale del simbolo dell’unità stessa.
Molti anni dopo Clay Trumbull racconta che il generale Grant giunto ad Assiout, località di frontiera, fu costretto ad attraversare una passerella alle cui estremità erano state poste la testa di un bue da un lato e il resto del corpo dall’altro.

28 agosto 2007

Il Monte Analogo


"Sto scrivendo un racconto piuttosto lungo nel quale si vedrà un gruppo di esseri umani che hanno capito di essere in prigione, che hanno capito di dovere, prima di tutto, rinunciare a questa prigione (perchè il dramma è l'attaccarvisi), e che partono in cerca di un'umanità superiore, libera dalla prigione, presso la quale essi potranno trovare l'aiuto necessario. E lo trovano, perchè alcuni compagni e io abbiamo realmente trovato la porta. Solo a partire da questa porta comincia una vita reale. Questo racconto avrà la forma di una romanzo di avventura intitolato "Il Monte Analogo": è la montagna simbolica che unisce il Cielo alla Terra; via che deve materialmente, umanamente esistere, perché se no, la nostra situazione sarebbe senza speranza..."

(René Daumal, lettera del 24 febbraio 1940)

23 agosto 2007

Sala d'aspetto

























L'intero spazio della mia vita
fu una sala d'aspetto da soglia a soglia,
racchiusa da vetri con aria in cornici d'acciaio
sotto le picche incrociate
di lancette d'orologio.

Stare in ascolto. Sussurrare. Trattenere il respiro.
Attendere un qualche segnale.
Ritardo. E di nuovo.
Ancora un poco. Già domani. Ancora
un attimo di pazienza infinita.

Se sbattevo l'ala contro l'aria vitrea,
invece di infrangerla,
era l'aria a spezzare la mia ala.

Sono già trascorsi i miei secondi.

Non saprò aspettare. Ma confuso
come in un sogno apparve
attraverso i vetri sporchi,
quasi in uno specchio nella nebbia,
il mio volto riflesso.

Era il volto stesso dell'attesa,
giunto al punto di pietrificazione.

E ho capito, all'improvviso:
c'è sempre un'ultima scadenza
per infrangerlo col naso -
per smuovere quest'aria inchiodata.

Non arriverà più un treno da altri luoghi.
Non più.

Dovrò io stessa diventare
il fischio di un treno lontano,
e un ritmo affannoso
sempre più veloce, sempre più vicino,
sempre più qui!


Blaga Dimitrova, 1978
Dalla raccolta Spazi, Sofia, 1980

20 agosto 2007

Parmenide


L'asse nei mozzi, incandescente, mandava lo stridore di un sibilo… allorché le fanciulle affrettavano la loro guida, lasciando la dimora della Notte, verso la luce, con le mani scostandosi il velo dal capo.
Ivi è la porta che apre i sentieri della Notte e del Giorno, incorniciata da un architrave e da una soglia di pietra. La porta stessa, poi, è occupata da enormi battenti: di essi la Dea che molto punisce tiene le chiavi alterne. Essa persuasero le fanciulle, con accortezza e il consiglio; di dolci parole, a togliere dalla porta velocemente il paletto del chiavistello. Spalancata allora la porta produsse una vasta apertura dei battenti, facendo girare a vicenda i perni di bronzo nel cavo dei cardini, fissati con viti e fermagli. Traversando dunque la porta in quel punto, guidarono le fanciulle cocchio e cavalle diritto per la strada maestra. Mi accolse la Dea con mente benevola, la mano destra mi prese con la sua destra, e così mi rivolse parole dicendo: «O fanciullo, compagno di aurighi immortali, che giungi alla nostra casa condotto dalle cavalle, salute! Perché non certo una Moira malvagia ti spinge a percorrere questa via (è infatti lontana dalla via battuta dagli uomini) ma Temis e Dike. È necessario perciò che tu apprenda ogni cosa, tanto l’immobile cuore della verità perfettamente rotonda quanto le opinioni dei mortali, cui non si può concedere vera fiducia. Ma nondimeno imparerai anche queste, poiché facendo esperienza completa di tutte le cose è necessario che le apparenze siano vagliate.»
(Parmenide, Frammenti, trad. it. F. Trabattoni, Parmenide. I frammenti, Marcos y Marcos, Mi 1991)

14 agosto 2007

Nessun abisso


Nessun abisso, nessun rischio, nessun coraggio, nessun mettere in pericolo, nessun pensiero verticale, nessun discorso, nessuna gloria, lontana la filosofia, lontana la poesia, solo un uomo che guarda l’altro e questo gli assomiglia, eternamente.
(Gérard Rancinan)

28 luglio 2007

Ierofania del varco

Le immagini di apertura o di passaggio in genere, fin dai livelli culturali più arcaici sono state interpretate come possibilità di trascendenza. In Genesi, 28.12-19 a Giacobbe apparve in sogno una scala che portava al cielo, sentì la voce di Dio provenire dall’alto, e svegliatosi esclamò: “Qui è la casa di Dio, qui è la porta dei cieli”, prese quindi la pietra su cui poggiava il capo dormendo e decise di fondare su di essa un luogo sacro chiamato Betel, cioè “Casa di Dio”. L’apparizione del passaggio, rappresentata, in questo caso, dalla scala che conduce al varco che consente la comunicazione con il cielo, con l’Onnipotente, è una delle immagini–simbolo dell’apertura che consente il contatto tra mondi e modi di essere completamente diversi tra di loro.
La fenditura nella roccia, il varco nella montagna, nascosti da vegetazione rigogliosa, che lasciano intravedere l’antro o il cunicolo, rappresentano una delle prime e più potenti ierofanie del “passaggio”. L’interruzione dell’omogeneità dello spazio è, per l’uomo arcaico, densa di significati. Tutti i luoghi che presentano un particolare diverso dall’omogeneità circostante sono luoghi unici: “Spesso non vi è neppure bisogno di una vera e propria teofania o ierofania: un segno qualsiasi è sufficiente a rivelare la sacralità di un luogo”. ( M. Eliade, Il sacro e il profano”, Torino 2006)
Penetrare nel varco, entrare nella caverna, è un atto sacro di conquista/conoscenza di uno spazio “altro”, diverso da quello che l’uomo frequenta, conosce ed utilizza in maniera funzionale alle sue esigenze di sopravvivenza: è l’atto simbolico effettuato in uno spazio simbolico, probabile origine dei successivi usi rituali.
Lo studio di Leroi-Gourhan (A.Leroi-Gourhan, Le religioni della preistoria, Milano 1993) sulla disposizione ricorrente dei dipinti all’interno delle caverne mostra che già nel paleolitico esisteva una visione simbolica dello spazio, di cui l’uomo prese possesso gradatamente: 30.000 anni fa – nell’Aurignaziano- le prime raffigurazioni di animali, il c.d. stile I, sono state riscontrate solo su massi all’imbocco delle caverne, le figure dello stile II compaiono nella zona d’ingresso di qualche grotta, i recessi più profondi sono una conquista dello stile IV, da cui inizierà poi l’abbandono della pratica della raffigurazione parietale. La decorazione nelle zone prossime all’ingresso è comunque una costante che accompagna l’arte parietale dai suoi esordi fino alla scomparsa.

24 luglio 2007

Fuali-ni

L’evento più probabile oltre la soglia è quello di non conoscere e di non essere conosciuti, ma il più pericoloso è quello di non essere ri-conosciuti, il pericolo, cioè, che una volta passati in una nuova realtà si perda lo status precedente, si diventi altro, non più riconoscibile dalla propria comunità. Definizione vaga, ma assolutamente illuminante, quella data dai Gourmantché di Gobnangou nel Burkina Faso, e riportata da M. Cartry (Du village à la brousse ou le retour de la question, in M. Izard, P. Smith, La function simbolique, Paris 1979), per descrivere l’espressione fuali. Il fuali è qualcosa di alieno, di forestiero che ha sede nello spazio, ma non ha collocazione geografica, né fisicità: il fuali “è laggiù, è lontano, sempre lontano”, ma il fatto che sia lontano non vuol dire che non possa raggiungere il villaggio. La radice “fua” da cui “fuali” deriva è opposta in certi contesti alla radice “do”, che provvede da base alla parola villaggio, “dogu”. Il campo semantico coperto dalla radice “fua” include la nozione di uno spazio che ha effetto sul corpo umano in modo specifico. Se si resta per troppo tempo “Fuali-ni”, cioè in terreno selvatico, si rischia di essere “svuotati”, “pressati”, “appiattiti”, “vicini al punto di evaporazione”, si rischia cioè di cambiare, di essere modificati. Il terreno selvatico, amorfo e privo di struttura che è fuori del villaggio rappresenta il non essere assoluto. A contatto con esso si può perdere la propria sostanza “ontica”, si può essere dissolti nel caos.
“Di notte il fuali avanza nel villaggio fino al punto segnato dai recinti delle abitazioni, a volte penetra negli interstizi tra queste[…]. Fuali implica qualcosa di indistinto, l’assenza di contorni differenziati, l’eliminazione dei confini. Così, di notte, ogni spazio al di fuori delle case tende a trasformarsi in terreno selvatico e il modo in cui appare nella viva luce lunare, quando le cose sembrano tornare ad uno stato indistinto è, ugualmente, terreno selvatico”.

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20 luglio 2007

Diario Bizantino I (Cristina Campo)

La soglia, qui, non è tra mondo e mondo
né tra anima e corpo,
è il taglio vivente ed efficace
più affilato della duplice lama
che affonda
sino alla separazione
dell’anima veemente dal corpo delicato
– finché il nocciolo ben spiccato ruoti dentro la polpa –
e delle giunture degli ossi
e dei tendini dalle midolla:
la lama che discerne del cuore
le tremende intenzioni
le rapinose esitazioni

Due mondi – e io vengo dall’altro.

16 luglio 2007

Pe' vvede si una ne ll'anno nôvo che vviè, sposerà.

Regazze mie, er primo ggiorno de ll'anno nôvo, annate su la porta de casa, pijate una ciavatta, e bbutattela o su' ripiano der primo capo de le scale, oppuramente de fôra der portone.
Si la punta de la scarpa o dde la ciavatta, in der cascà che ffà pper ttèra, arimane arivortata verso la porta o er portone de casa che ssia, allora è segno che puro drento l'anno nôvo nu' sposate; ma ssi la punta de la ciavatta arimane vortata verso l'uscita, allora è ssegno che ddrento l'anno ve maritate certamente.
(Giggi Zanazzo - Usi, Costumi e Pregiudizi del popolo di Roma, 1907)

12 luglio 2007

Sforzinda

“…E cominceremo coll'aiuto del sommo Idio a edificare la nostra Sforzinda, proveduto prima a quelle cose che prima s'adoperano, come sono i ferramenti opportuni”

E 'l Signore allora disse: “Dimmi quando sarà.”

“Poiché infra otto dì, Signore, è buona costellazione e il buono punto comincia a regnare, credo che sarebbe bene che tutto l'ordine che s'ha a dare per mettere la prima pietra si desse.”…”Signore, l'ordine sarà questo: che essendo congregato nel luogo dove la prima pietrà s'arà a collocare, da uno certo luogo diputato il quale poco distante sarà, la vostra Signoria eleggerà otto uomini notabili secondo vi parrà, e arassi suoni e strumenti, e poi andremo al luogo detto per tutte le cose ordinate, e presentarle dinanzi alla vostra Signoria, essa poi insieme col pontefice e anche con vostri figliuoli e io con voi insieme colle cerimonie.”

“Tutte queste cose mi piacciono, ma io voglio intendere queste che cose elle sono.”

'Le cose sono queste le quali io ho ordinate: in prima si è una pietra di marmo dove è scritto gli anni Domini … e il nome della vostra Signoria e del sommo pontefice e così il mio, e una cassa di marmo… nella quale è dentro uno libro di bronzo, dove è fatto memoria di tutte le cose di questa nostra età e anche degli uomini degni da loro fatte… Èvi dentro ancora di piombo e di bronzo molte effigie d'uomini degni. Ho fatto ancora uno vaso di pietra pieno di miglio, di… grano, el coverchio del quale è il simulacro di Cloto e di Lachesis e Antroposso, sopra il quale non è scritto altro se none "vita e morte". Ho preparato ancora uno vaso di vetro pieno d'acqua, e uno pieno di vino, e uno pieno di latte, e uno pieno d'olio, e uno pieno di mele.'

(Antonio Averlino detto il Filerete, Trattato di architettura, a c. di A. M. Finoli, L. Grassi, Il Polifilo, Milano, 1972)

10 luglio 2007

da 'NELL'INSIDIA DELLA SOGLIA' - Y.Bonnefoy 1975

Urta,
Urta per sempre.
Nell'insidia della soglia.
Contro la porta, sigillata,
Contro la frase, vuota.
Nel ferro, ridestando
Solo queste parole, il ferro.
Nel linguaggio, nero.
In colui che è qui
Immobile, vegliando
Sul tavolo carico
Di bagliori, di segni.
E che tre volte
Viene chiamato, ma non si alza.

Nell’adunarsi, cui è mancato
Il celebrabile.

Nel grano deformato,
Nel vino prosciugato.

Nella mano che trattiene
Una mano assente.

Nella inutilità
Del rammemorare.

08 luglio 2007

CONVERSAZIONE CON UNA PIETRA Wislawa Szymborska (da “Sale” 1962)

Busso alla porta della pietra
- Sono io, fammi entrare.
Voglio venirti dentro,
dare un'occhiata,
respirarti come l'aria.

- Vattene - dice la pietra.
- Sono ermeticamente chiusa.
Anche fatte a pezzi
saremo chiuse ermeticamente.
Anche ridotte in polvere
non faremo entrare nessuno.

Busso alla porta della pietra.
- Sono io, fammi entrare.
Vengo per pura curiosità.
La vita è la sua unica occasione.
Vorrei girare per il tuo palazzo,
e visitare poi anche la foglia e la goccia d'acqua.
Ho poco tempo per farlo.
La mia mortalità dovrebbe commuoverti.

- Sono di pietra - dice la pietra
- E devo restare seria per forza.
Vattene via.
Non ho i muscoli per ridere.

Busso alla porta della pietra.
- Sono io, fammi entrare.
Dicono che in te ci sono grandi sale vuote,
mai viste, belle invano,
sorde, senza l'eco di alcun passo.
Ammetti che tu stessa ne sai poco.

- Sale grandi e vuote - dice la pietra
- Ma in esse non c'è spazio.
Belle, può darsi, ma al di là del gusto
dei tuoi poveri sensi.
Puoi conoscermi, però mai fino in fondo.
Con tutta la superficie mi rivolgo a te,
ma tutto il mio interno è girato altrove.

Busso alla porta della pietra
- Sono io, fammi entrare.
Non cerco in te un rifugio per l'eternità.
Non sono infelice.
Non sono senza casa.

Il mio mondo è degno di ritorno.
Entrerò e uscirò a mani vuote.
E come prova d'esserci davvero stata
porterò solo parole,
a cui nessuno presterà fede.

- Non entrerai - dice la pietra.-
Ti manca il senso del partecipare.
Nessun senso ti sostituirà quello del partecipare.
Anche una vista affilata fino all'onniveggenza
a nulla ti servirà senza il senso del partecipare.
Non entrerai, non hai che un senso di quel senso,
appena un germe, solo una parvenza.

Busso alla porta della pietra.
- Sono io, fammi entrare.
Non posso attendere duemila secoli
per entrare sotto il tuo tetto.

- Se non mi credi - dice la pietra-
rivolgiti alla foglia, dirà la stessa cosa.
Chiedi a una goccia d'acqua, dirà come la foglia.
Chiedi infine a un capello della tua testa.
Scoppio dal ridere, d'una immensa risata
che non so far scoppiare.

Busso alla porta della pietra.
- Sono io, fammi entrare.

- Non ho porta - dice la pietra.

07 luglio 2007

My sweet rose - J.W. Waterhouse 1908

05 luglio 2007

Nanga Banù

Per ricostruire la narrazione della fondazione del villaggio di Bandiagara nel Mali, in occasione della celebrazione del rituale che deve aver luogo ogni quaranta anni, e per poter riprodurre esattamente i singoli episodi della fondazione, gli anziani Dogon devono percorrere per anni l’altopiano alla ricerca dei frammenti depositati nella memoria dei vecchi.
La narrazione dogon degli inizi, estremamente complessa per la quantità di eventi e di esseri che vi compaiono, è frammentata in una grande varietà di episodi e di versioni. Non esiste una narrazione univoca: neppure gli specialisti, tra i Dogon, sono oggi in grado di recitarla. Quel che conoscono e che possono ricostruire sono le porzioni legate ai rituali.
Il cacciatore Nanga Banù fu inviato a cercare un luogo propizio per stabilire il nuovo villaggio. Con l’atto simbolico di appendere la bisaccia alla biforcazione di un albero, Nanga Banù ritaglia un primo “luogo umano” nella natura selvatica. Il cacciatore è un iniziando, che ha il compito di esplorare lo spazio selvatico che avvolge come una nebulosa quello umano, e che è dominio di animali, delle presenze immateriali dei defunti, e degli Ogulu Belèm, “esseri dei luoghi vuoti”, nati per colpa di Ogò che, appropriatosi di un frammento della placenta-madre prima che la gestazione fosse compiuta alterando il tempo naturale, viene trasformato in Yurugù, la volpe pallida simbolo dell’opposizione alla linearità delle regole.
La creazione, che a causa della colpa di Ogò è “andata male”, cioè diversamente da quanto avrebbe voluto Ama per gli uomini -immortalità e assenza di malattie-, ha avuto come conseguenza l’opposizione fondamentale tra esseri umani, del mondo abitato, e esseri non umani, Ogulu Belèm, “esseri dei luoghi vuoti”. Invisibili alla maggior parte degli uomini, e dotati di caratteri terrificanti, perennemente in attesa, esigono offerte, sacrifici di sangue, preghiere e rituali collettivi a loro rivolti.
E non soddisfatti inviano mali.
A parte il deperimento dovuto alla vecchiaia, tutte le altre malattie sono “inviate” dai “signori dei luoghi vuoti” o incontrate frequentando, senza le necessarie precauzioni, lo spazio non umano, territorio pericoloso che appare però essere anche l’inevitabile luogo della conoscenza. È qui, infatti, nello spazio fuori dai limiti precisi del mondo geometrico e ordinato del villaggio, che l’iniziando deve inoltrarsi per poter stabilire forme di contatto con i suoi numi e penetrare le sue profondità, per acquisire il potere di persuaderli a concedergli la possibilità di appropriarsi di parte di quello spazio.
(Per approfondire l'argomento: B. Fiore e T. Russo, Linguaggio rituale e divinazione, in Forme di Vita - Rivista di filosofia, marzo 06, Edizioni Derive Approdi, Roma)

04 luglio 2007

Psyche entering Cupid’s garden - J. W. Waterhouse 1903

27 giugno 2007

“Non è più tempo di parlare si deve entrare subito. Preghiamo prima gli dei nostri padri, che sono qui sulla soglia” (Sofocle, Elettra)


Mircea Eliade, nell’ambito degli studi sul simbolismo arcaico analizza i rituali che si svolgono sulla soglia delle abitazioni: “Il passaggio della soglia domestica è accompagnato da una serie di riti: ci si inchina, e ci si prostra di fronte ad essa, la si sfiora con un pio gesto della mano…La soglia ha i suoi custodi… ”(M. Eliade, Il sacro e il profano, Bollati Boringhieri 2006)
L’atto di penetrare in un luogo passando attraverso una porta implica un patto solenne con lo spazio interno ed è, infatti, difficile prendere alla lettera Plutarco quando afferma che i Romani consideravano sacre le mura ma non le porte, perché essendo destinate al passaggio in generale dovevano permettere anche il passaggio di defunti e cose impure. Al contrario i Digesti affermano che “…sia le porte che le mura…entrambe ricadono sotto le leggi sacre”. (Gaio, Institutiones, I, 8, 1) Andando oltre i diversi pareri sulla sacralità delle porte, è invece accertato che, dovendo queste consentire il passaggio attraverso le mura, luogo interdetto e minaccioso della tutela della città, erano affidate a divinità tutelari con finalità evidentemente apotropaiche.
Servio in Vergilii Aen., I, 422 afferma che le porte dovevano essere tre, dedicate alla triade di origine etrusca formata da Giove, Giunone e Minerva, ma sappiamo anche che nell’impianto urbanistico quadripartito, basato sull’incrocio ortogonale tra cardo e decumanus, ne erano previste quattro.
Altre divinità avevano cura di questo delicatissimo punto che concentra in sé tutta la pericolosità del contatto tra spazi, entità e realtà diverse. Le porte della città erano affidate a Giano. Dice Dumezil (G. Dumézil, La religione romana arcaica, BUR 2001):
“Vi sono in realtà due modi di intendere gli inizi: possono essere “nascita”, e in tal caso appartengono a Giunone, oppure “passaggio” da uno stato all’altro, e allora appartengono a Giano; da ciò derivano i rapporti e le confluenze tra Giunone e Giano. Mentre però la prima concezione è applicabile solo a taluni inizi, la seconda vale senza difficoltà per tutti, anche per i più astratti: donde la prevalenza di Giano nella funzione. Giano è patrono degli inizi, intesi in tal modo, non solo nell’azione religiosa, ma anche nello spazio, nel tempo, nell’essere”.

31 maggio 2007

Roma, pochi anni or sono....


Le più antiche attestazioni di deposizioni in prossimità di una porta, con oggetti e relativi, probabili, sacrifici, animale in un caso, ed umano nell’altro, sono, in ambito italico, quelle emerse presso la porta, interpretata come Porta Mugonia, nel muro che cingeva la pendice nord del Palatino, durante gli scavi condotti dall’Università La Sapienza sotto la direzione del Prof. A. Carandini.
Del muro è stato possibile documentare le fasi a partire dallo scavo della fossa di fondazione, in cui sono stati rinvenuti grandi massi di tufo lionato adoperati inizialmente per segnare il percorso della cinta e la posizione delle porte e fatti poi rotolare all’interno della fossa di fondazione una volta scavata.
La struttura era realizzata in terra, pietra e legno: un muraglione, o piuttosto un vallo, formato da un cumulo di terra e pietrame con elementi lignei associati, di cui sono emersi un bastione e la metà orientale di una porta. I frammenti di dolia trovati nella fossa di distruzione del muro hanno fatto supporre che pezzi di grossi dolia garantissero alla struttura la protezione dal dilavamento. Subito all’esterno del muro si trovava una strada di cui è stato rinvenuto un tratto di acciottolato. La collocazione della porta è stata ricostruita a lato del bastione grazie al ritrovamento della fossa di spoliazione della soglia.
Il materiale ceramico rinvenuto negli strati relativi alla fondazione del primo muro, del bastione, del varco e della porta, è riferibile all’età del ferro avanzata (VIII sec. a.C.) e solo pochi frammenti sono riconducibili con certezza agli anni finali della fase laziale III – terzo quarto dell ‘VIII sec – mentre il deposito trovato sotto la soglia costituisce un terminus ante quem per la realizzazione della porta intorno al 730-720 a.C.
La realizzazione del deposito sotto la soglia conferma ed evidenzia l’enorme valenza sacrale del contesto murario Palatino ed in maniera particolare delle aree deputate al passaggio: la fossa venne scavata prima di collocare la soglia, in posizione trasversale rispetto all’ingresso ed è scavata nella parte interna al lato del bastione. Benché all’interno della fossa non sia attestata la presenza di reperti ossei, la forma rettangolare, le dimensioni, l’orientamento est/ovest, il tipo di oggetti rinvenuti e la loro disposizione rappresentano un eclatante riferimento simbolico alla deposizione di una fanciulla.
Il corredo consiste in tre vasi deposti sul fondo e raggruppati nella parte occidentale della fossa, nella posizione classica ai piedi del defunto -una coppa integra italo-geometrica con tracce di bande orizzontali rosse, un sonaglio piriforme, integro e sempre in ceramica italo geometrica a bande orizzontali rosse, elemento frequente in contesto funerario che orienta l’età del defunto tra i 15 e i 20-25 anni, una tazza in impasto bruno ricostruibile quasi integralmente, una fibula ad arco rivestito a forma di losanga, posta al centro della fossa, ipoteticamente sul torace dell’inumato, (che proprio dalla presenza di questo tipo di fibula è probabilmente di sesso femminile), una seconda fibula simile alla prima ed un disco di osso sono stati trovati durante la setacciatura. Tutti gli oggetti erano stati coperti da uno strato di terra bruna, poi da un deposito di scaglie di tufo rosso, la fossa era stata quindi sigillata da un sottile strato di argilla.
Una stratigrafia complessa, ma chiarissima: una serie di reperti simbolici e una sequenza di gesti rituali. Solo dopo aver realizzato il deposito fu possibile allestire la soglia della porta.

16 aprile 2007

I depositi di fondazione - Seconda Parte

Ritrovamenti di sepolture umane presso, o sotto strutture murarie, in contesti dove è escludibile con certezza la presenza di aree destinate a necropoli, sono attestati in maniera abbastanza consistente: è noto il caso di un bambino ucciso e sepolto sotto la soglia di una torre della fortificazione di Nauplion. In Spagna sono noti numerosi ritrovamenti, il più antico - V-IV sec. a. C.- riguarda un uomo sepolto sotto un muro che sosteneva una tettoia , l’altro databile al 75-50 a.C., ha reso tre individui sepolti, con un corredo vascolare ed un uccello, presso una torre della fortificazione di Bilbilis. Gli altri due contesti spagnoli sono invece relativi a sepolture, di evidente aspetto rituale, effettuate durante la costruzione, o ricostruzione, di edifici civili nella città di Dianum -seconda metà del I secolo d.C. circa.
In Inghilterra sono noti casi di sepolture, presso le rispettive cinte murarie, a Reculver Fort Kent, Springhead, Wroxester (Viroconium) e Verulanium. A Springhead è emerso, invece, sotto il pavimento della cella di un tempio, un vero e proprio contesto sacrificale in connessione con le fasi di costruzione: in ciascuno dei quattro angoli della cella del Tempio IV - età antonina -135-192 d.C.- era stato deposto, all’interno dello strato che costituiva il pavimento, un bambino di circa sei mesi. I sacrifici erano stati compiuti in due momenti diversi: la prima coppia era stata sepolta nel primo pavimento, la seconda era stata sepolta nel secondo e ultimo pavimento. Un neonato di ciascuna coppia era stato decapitato.
Come per Spagna, Grecia e Inghilterra, anche in Italia, deposizioni di vittime umane all’interno di depositi di fondazione si concentrano soprattutto nelle strutture murarie relative a fortificazioni.
Interessantissimo ed estremamente affascinante il caso di Opitergium (Oderzo) che resta al momento attuale un unicum, sia per l’eccezionalità dei ritrovamenti, sia per il periodo cui appartengono: lo scavo delle mura, di età augustea, ha infatti riportato alla luce cinque sepolture di infanti ubicate sul versante esterno del tratto delle mura, circa 20 metri, compresi tra una postierla e il basamento di una torre. Le deposizioni, in piccole fosse ovali, erano in parte in appoggio al primo corso di fondazione, in parte a pochi centimentri dal piano di lavorazione in scaglie di laterizi del muro. Quello che sembra essere l’esito materiale di un rituale svoltosi durante la costruzione del muro era completato dalla deposizione di due cani, in prossimità della torre, uno all’esterno delle mura ed uno all’interno.
Ma anche una cinta muraria assai più avvezza ai clamori della storia e dell’archeologia rivela lo straordinario contenuto delle sue fosse di fondazione….

I depositi di fondazione -Prima parte

Fonti letterarie ed evidenze archeologiche, relative ad un arco spaziotemporale sorprendentemente ampio, narrano dell’uso di deporre oggetti e vittime animali o umane direttamente nelle fosse di fondazione, o nell’immediata prossimità di cinte murarie, ponti, templi ed altri edifici, con un riguardo molto particolare ai segmenti di spazio deputati al passaggio.
Gli esiti materiali di tale uso sono stati, e sono tuttora, oggetto di studio e di ricerca per l’archeologia e l’etnologia, e la supposizione più plausibile sul loro scopo, formulata da etnografi, folcloristi e storici delle religioni, è orientata alla ricerca di garantire la solidità e l’efficienza della costruzione.
Dare un’anima alla costruzione è un topos della metafisica arcaica secondo cui nulla può durare se non è animato, così come un altro impone di ricompensare entità soprannaturali che avrebbero sofferto il turbamento dello status naturale dei luoghi avvenuto al momento dell’edificazione, o di espiare la violazione della sanctitas delle costruzioni precedenti nel momento della loro obliterazione.
Mircea Eliade , riconobbe ed analizzò approfonditamente l’uso, non solo arcaico, di effettuare sacrifici di fondazione, che propose di interpretare come atto simbolico di unione tra l’anima della vittima e quella dell’edificio, collocando l’uso all’interno di un sistema filosofico-religioso che realizza nella reiterazione dell’atto cosmogonico della “morte violenta sacrificale” la conditio sine qua non per la riuscita e la durata di una impresa.
Nel mondo antico, dice Eliade, i sacrifici per le costruzioni erano noti: “Le città fenicie, come anche i templi o le case di Canaan e della Palestina, si basano sulle vittime sepolte vive. Le stesse usanze a Roma. Secondo Malalas, Alessandro avrebbe costruito Alessandria sacrificando una ragazza che avrebbe chiamato Macedonia; Augusto ad Ancyra, avrebbe sacrificato la vergine Gregoria; Tiberio, nel grande teatro di Antiochia, Antigone, ecc. In Egitto si seppellivano gli schiavi nei palazzi.
La Chronographia di Giovanni Malalas conserva il ricordo di una impressionante serie di uccisioni connesse a fondazioni di città, costituzione di province o costruzioni di edifici effettuate da sovrani ellenistici e imperatori romani. In l. VIII p. 195, 4-7 CSHB, riporta che Alessandro Magno sacrificò una vergine di nome Macedonia prima di fondare Alessandria, e in l. VIII, p. 200, 14-18 CSHB, che Selueco Nikatore fece lo stesso, uccidendo “nella prima ora del giorno, al sorgere del sole” una vergine di nome Aimathe prima di fondare Antiochia e, in l. VIII, p. 203, 8-10 CSHB, una di nome Agave, prima di fondare Laodicea.
Per quanto riguarda gli imperatori romani, Malalas in l. IX, p. 221, 21-24 CSHB, afferma che lo stesso Augusto, dopo aver fondato Ancyra nel 30 a. C., sacrificò una vergine di nome Gregoria e creò la provincia della Galatia. In l. X, p. 234, 22 e p. 235, 1-2 CSHB, è Tiberio a sacrificare una vergine di nome Antigone per costruire il teatro di Antiochia e in l. XI, p. 275, 13-21 CSHB, anche l’imperatore Traiano, in occasione della ricostruzione di vari monumenti sempre ad Antiochia, sacrifica una vergine di nome Kalliope.
Molti riti di fondazione cruenti sono segnalati da antropologi ed etnologi, in particolare per l’area africana e asiatica. Leo Frobenius , agli inizi del ‘900, riporta la notizia del rito di fondazione dei villaggi della tribù dei Mande, nell’Africa occidentale. La complessa sequenza di azioni aveva interessantissimi punti in comune con il rito di fondazione etrusco-italico e prevedeva, tra l’altro, che i guerrieri a cavallo, che tracciavano il contorno delle future mura della città, conducendo un toro, saltassero la luce di ognuna delle quattro porte previste. La cerimonia di fondazione, che aveva una durata di mesi, terminava con il sacrificio di un toro e di una vergine: ”…il toro ammansito tornava al villaggio recando in groppa la vergine, e faceva tre volte il giro del recinto…per poi entrarvi dalla porta orientale. Al centro del recinto si sacrificavano il toro sull’altare e la vergine entro la fossa…sui corpi della vergine e del toro, sepolti rispettivamente alla sinistra e alla destra della porta orientale, si erigevano i due stipiti di quest’ultima.”

17 marzo 2007

La soglia della superstizione.

"Non è raro il caso che una credenza, congeniale ad una determinata civiltà, venga ad assumere in una civiltà diversa il carattere di superstizione. Essa appare allora un errore religioso, un pregiudizio... Ma se queste superstizioni, questi pregiudizi, esistono, vivono e operano, suppongono un pensiero che ancora li accoglie”. (G. Cocchiara, "Il paese di cuccagna", Torino, Einaudi, 1957).
Gli autori antichi tramandano numerosi comportamenti scaramantici che si svolgevano in prossimità della soglia, citandoli a volte in tono deplorevole, altre invece, documentando con estrema naturalezza le loro stesse abitudini. La soglia non andava mai varcata con il piede sinistro (Silio Italico, VII 172, Petronio 30), ed era cattivo presagio inciamparvi (Cicerone, de div, 2,40,84; Tibullo, I 3, 19; Ovidio, Met. 10,452), le spose dovevano infatti ungere la soglia con grasso di maiale, (Servio, Aen, IV, 458; Isidoro, IX 7, 12), scrivere ARSEVERSE sulla soglia scongiurava il pericolo degli incendi (Afranio in Festo, p. 18 M), un gufo entrato accidentalmente in un casa veniva inchiodato sulla porta (Apuleio, L’asino d’oro), una barba di lupo appesa alla porta teneva lontane le fatture d’amore (Plinio il Vecchio, XXVIII 157, Orazio, sat. I 8, 42).
Molti anni dopo Mefistofele non riuscì a varcare la soglia dello studio di Faust, perchè non poteva superare il pentacolo inciso sulla soglia. Quello stesso simbolo che ancora oggi viene inciso sul legno dell’ architrave dei rifugi alpini, che accolgono anche bucrani di montone e mazzi di cardi spinosi, quasi una dimostrazione che i rimedi escogitati dal mondo antico siano ancora efficaci, ma che soprattutto le soglie moderne siano popolate, ora come allora, dalle stesse presenze.
Nei paesi della Valle dell’Aniene, a pochi chilometri da Roma, gli anziani ricordano che la notte del 24 dicembre si credeva che le streghe tentassero di entrare nelle case per fare del male ai bambini, che dormivano incustoditi, poiché gli adulti andavano alla messa di mezzanotte. Per evitare questo, si provvedeva a chiudere ogni accesso alle case, tappando con la stoppa i buchi delle serrature e incrociando due scope dietro l’uscio: si credeva infatti che, così facendo, si obbligasse la strega a contarne i fili se voleva passare. I contadini proteggevano le stalle con immagini di santi e con "cardozzi", cardi spinosi selvatici, al cui centro era collocato un corno dipinto di rosso. Tradizioni che sopravvivono nell’ uso delle piccole scope decorate vendute come gadget natalizi, o dei corni portafortuna, hanno quindi radici storiche molto antiche: le strigae che Carna scacciava con il ramo di spina alba, tornano nella notte in cui nasce Gesù Cristo, Bambino per eccellenza, e fuggono davanti alla spine dei cardi ed al pericolo di attardarsi a contare i fili di saggina della scopa (Deverra) appoggiata dietro la porta.

08 marzo 2007

La civettina

“La civettina che quella notte emise il suo grido d’amore non poteva sapere che il grido irresistibile con cui diceva a tutto il creato “Son qui! Son qui!” suonava sinistro all’orecchio del contadino che dormiva nella capanna lì sotto, a poca distanza dall’albero su cui si era appollaiata. La grandine caduta in abbondanza il giorno prima aveva distrutto gran parte delle viti in germoglio, il tempo non prometteva nulla di buono, era sempre incerto e ora quel grido chiamava altri disastri. Il contadino si affacciò alla finestra, vide la gran massa scura dell’albero di noce che si stagliava davanti alla casa, come se non fosse già abbastanza grama la vita che faceva, come se non fosse stata già abbastanza feroce la grandine del giorno prima. L’usanza antica di fermare il malocchio il contadino la conosceva, e dalla notte dei tempi gli arrivò il comando che lui puntualmente eseguì. Prese il fucile a pallini appeso al muro, e così come si trovava, in mutande, scese a piedi nudi e senza far rumore sul prato, e si nascose dietro la siepe dove più fitta era la tenebra. Nel silenzio della notte stette con l’orecchio teso, puntato come quello di un animale del bosco, per individuare il punto esatto da cui proveniva il grido della civetta. E lei di nuovo ripeté all’universo gremito di stelle il richiamo d’amore che non poteva trattenere “Son qui! Son qui!”… Ah, sei lì? Uno sparo lampeggiò nel buio e la civettina cadde ferita a un’ala.
Per un contadino che obbedisce a un richiamo ancestrale, per un misero contadino abituato a fronteggiare le brutali forze del male e i suoi oscuri messaggi con le sole armi che la barbara scienza degli avi gli ha fornito, non è crudeltà ma è solo un rito scaramantico inchiodare viva una civetta sulla porta di casa. E dunque senza esitare, tranquillamente batté e ribatté i chiodi che la fissarono ad ali aperte sul legno. La civettina nello spasimo piegò il capo da un lato, gridò e si dibatté tremando in ogni penna per l’atroce dolore che l’attraversava, finché le spesse palpebre così simili a quelle umane calarono sui grandi occhi lucenti che si spegnevano lentamente nell’agonia. Il contadino guardò soddisfatto l’opera compiuta, e rassicurato se ne tornò a dormire nel suo letto. Ora la grandine avrebbe risparmiato il suo campo, e la civetta che prima col suo grido lo minacciava, si sarebbe man mano essiccata sulla porta di casa e lo avrebbe protetto dai mali del mondo.” (La civettina, in Opere di Raffaele La Capria , Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 2003)

22 febbraio 2007

Un passaggio adimensionale tra Roma e Oriente - Parte seconda

I riti shintoisti e taoisti sono un esempio di come la struttura del portico, che non è poi altro che un telaio di legno, agisca direttamente rappresentando da sola sia il simbolo del passaggio che l’autorizzazione stessa ad effettuarlo. La cerimonia taoista del passaggio della porta, descritta da A. Van Gennep offre ai nostri occhi moderni disabituati alla visione simbolica, la possibilità di "vedere" un rito basato su un universo di simboli ricchissimo e molto vicino a quello degli uomini e delle donne che per secoli sono passati sotto il Tigillo Sororio: "Al mattino si fanno venire parecchi sacerdoti taoisti che costruiscono un altare sovrapponendo molte assi sulle quali collocano dei piatti con svariate pietanze, candelabri, immagini di divinità…con musiche ed invocazioni adeguate i sacerdoti invitano le divinità a gustare le offerte, soprattutto l’invito è rivolto alla "Madre " e alle dee protettrici dei bambini….al cadere della notte si costruisce la porta al centro della stanza. Essa è fatta di canne di bambù ricoperte di fogli di carta rossa e bianca….uno dei sacerdoti tiene in mano una piccola campana o una spada ornata di campanelle, mentre nell’altra tiene un corno; intanto recita incantesimi. Egli personifica la "Madre" mentre sta scacciando dai bambini le influenze dannose. Il capofamiglia riunisce tutti i bambini, prende in braccio quello che non sa ancora camminare o che è ammalato….e si munisce di un cero acceso. Il sacerdote, soffiando nel corno, varca lentamente la porta, seguito dal padre e dai bambini, l’uno dietro l’altro. Gli altri sacerdoti suonano il tamburo sacro. Il sacerdote che guida la processione brandisce la spada o una frusta e fa finta di percuotere qualcosa che è invisibile….si distrugge in seguito la porta e se ne bruciano i frammenti….ad ogni esecuzione di questa cerimonia si fabbrica una statuetta di legno che rappresenta i bambini per cui ha avuto luogo la cerimonia….viene conservata fino all’età di sedici anni…di fianco alla rappresentazione della "Madre"…se poi il ragazzo muore la statuetta viene seppellita con lui….se si ammala gravemente la statuetta viene fatta passare attraverso la porta."

21 febbraio 2007

Un passaggio adimensionale tra Roma e Oriente - Parte prima

A Roma due divinità avevano il loro luogo di culto ai lati di una porta: Ianus Curiatius e Iuno Sororia. Si tratta di due divinità legate agli inizi e ai passaggi. Ianus Curiatius, il dio che apre l’ingresso alle curie, e riammette nella cittadinanza i guerrieri di ritorno dalle imprese belliche, e Iuno Sororia, divinità femminile legata a culti di passaggio puberale, il cui abbinamento amplia il significato della porta come luogo di culti legati non solo a riti di purificazione, ma anche alle iniziazioni maschili e femminili: i loro altari si trovavano ai lati del Tigillum, una sorta di portale isolato costituito da una trave di legno disposta su due sostegni. La forma del portale isolato, che è ancora oggi in uso in alcune tribù africane, trova le sue origini nel portale isolato diffuso in estremo oriente che, diventato monumento indipendente, aveva valenza di strumento cerimoniale di per sé. I torii, cioè i portali isolati diffusi nell’estremo oriente trovano la loro giustificazione nel fatto che nella fede shintoista i kami, le divinità, sono "onnipresenti" e avendo la facoltà di essere dove vogliono quando vogliono, non possono essere confinati in uno spazio sacro ben definito.
La localizzazione del Tigillo Sororio, che per un raro e fortunato caso è stato possibile collocare nella zona dei Fori Imperiali in corrispondenza dell’inizio della stradina moderna in salita (Clivo di Acilio) simmetrica, sull’altro lato di Via dei Fori Imperiali al Clivo di Venere Felice, in corrispondenza del murus terreus, e che potrebbe essere la porta che si apriva all’estremità nord orientale della Roma che si estendeva dal Palatino alle Carine, si è rivelata di straordinaria importanza proprio per la sua posizione all’estremità orientale della Sacra Via. E’ stato proposto di vedere nel Tigillo Sororio una memoria degli antichi Iuga che, non necessariamente connessi a sistemi difensivi, rappresentavano ritualmente gli accessi ai più antichi comprensori abitati della fase protourbana di Roma. In questa interpretazione trovano una significativa collocazione i due aspetti di Giano, venerato come Curiazio, accompagnato da Iuno Sororia, al limite orientale e come Quirino, insieme a Cloacina, presso quello occidentale di quella che, solo in seguito diventerà la Sacra Via, ma che già all’epoca del Trimontium indica la piena coscienza del limite dell’abitato e la sua connotazione come spazio sacro destinato a culti liminali. Il racconto mitico e gli aspetti religiosi e istituzionali legati a questo monumento testimoniano la complessità delle funzioni che rivestiva. Il racconto etiologico lo mette in relazione al luogo dell’uccisione della sorella da parte dell’Orazio vittorioso al suo rientro in città, mito che spiega la cerimonia di purificazione dei guerrieri che lì si svolgeva : il dies natalis del tigillum corrisponde al 1° di ottobre, quando al termine della stagione bellica, ci si liberava dalle impurità accumulate in guerra per venire riammessi nel corpo civico a pieno diritto. Il tigillum oltre ad ospitare il rito del passaggio dall’età puberale a quella matura e quindi l’ingresso nell’età adulta e nel corpo civico, rappresentava anche una sorta di arco trionfale passando sotto al quale, al rientro dalla guerra, si ottenevano la purificazione e il reintegro tra i cives: riti di separazione e aggregazione che evidenziano, ancora una volta, che i luoghi del passaggio materiale sono costantemente pregni di significati simbolici e che talvolta le forme architettonico-monumentali rappresentino la materializzazione dell’ elemento magico –rituale.

12 febbraio 2007

“Stretta la porta e angusto è il cammino che conduce alla Vita, e pochi lo trovano”

L’universo linguistico che ruota attorno alla parola “porta” è direttamente proporzionale alla sua importanza simbolica. Tutte le metafore che utilizzano il sema “porta” sottendono il “cambiamento di stato” che è in definitiva la ragione della porta. La stessa rivelazione del sacro avviene attraverso un varco che si apre nel mondo del non essere, una frattura attraverso la quale l’ordine, contrario del caos, penetra lo spazio trasformandolo in ordine, mondo.
Così come il significante “porta”, nel suo senso astratto, è utilizzato per denominare tipi di varco che vanno ben oltre l’accezione architettonica, allo stesso modo la rappresentazione dell’apertura e la sua considerazione come luogo del cambiamento di stato conducono il simbolo “porta” a rappresentare molto di più del passaggio materiale e divenire di conseguenza anche emblema della nuova nascita, dell’iniziazione, dell’evoluzione fisica, psichica e spirituale, della conoscenza assoluta, dell’estasi mistica, della realizzazione della pienezza dell’esistenza umana.
L’immagine della porta, che nella complessità dei suoi significati simbolici è divenuta, addirittura, luogo del mutamento ontologico, si densifica di nuovi attributi quali ad esempio quelli che coniugano l’idea di passaggio con quella di difficoltà.
La porta si stringe e si abbassa a simboleggiare proprio questa difficoltà e, insieme all’immagine del ponte, trova posto nei rituali e nelle mitologie iniziatiche e funerarie. La porta bassa del tempio massonico costringe il profano a piegarsi non perché si senta umiliato, ma come monito della difficoltà del passaggio dal mondo profano a quello sacro. Nella mitologia iraniana Il ponte Cinvat sotto al quale si apre l’abisso dell’inferno, è largo quanto nove lance al passaggio dei giusti, ma si restringe fino a diventare stretto come la lama di un rasoio per gli empi. Lo stesso ponte compare davanti ai mistici durante il viaggio estatico verso il cielo. (Dinkart, IX, xx,3; Videvdat, III,7). Una simile immagine compare nella letteratura mistica araba dove un ponte più stretto di un capello collega la Terra al Paradiso. Leggende medievali parlano di un ponte nascosto nell’acqua, e Lancillotto è costretto ad attraversare un “ponte sciabola” sul quale deve passare a mani e piedi nudi. Sono solo alcuni esempi di come la simbologia legata al passaggio, sia esso iniziatico o funerario, utilizzi topoi del quotidiano e di come essi acquisiscano valenza sacrale conferendo poi, di rimando, sacralità anche alle apparentemente comuni attività del quotidiano.

19 gennaio 2007

Il Biancospino sulla Soglia

Al biancospino, detto spina alba o rhamnos, era attribuito nel mondo antico il potere di allontanare le entità negative dalle abitazioni, streghe, demoni, anime dei morti e perfino la morte stessa. (Diosc. M. M. 1.119, Diog. L. 4.54, Phot. Lex. s.v. miarà heméra). Fest. 282. L. afferma che nella cerimonia nuziale una fiaccola fatta di rami di biancospino veniva accesa e portata da un bambino. Le siepi di biancospino essendo spinose tengono lontani gli animali e gli esseri maligni. Qualche anno fa ho constato personalmente che, nella campagna romana, i cespugli di biancospino si trovavano spesso in prossimità dell’entrata di locali adibiti, almeno fino al secondo dopoguerra, a forni e lavatoi e che nella memoria delle persone che all’epoca avevo intervistato erano stati piantati da donne.

06 gennaio 2007

Guardiani del mondo antico - Parte terza

Tacita, che tutela lo spazio sotto la soglia, rappresentatata da Ovidio come una tetra vecchia che mangia fave nere, ha un alter ego al di sopra della soglia, un demone ben più leggiadro, la ninfa Carna, che porta con se rami fioriti di biancospino. Carna è una ninfa nata nel Lucus Helerni e amata da Giano che in cambio del suo amore le concede di presiedere allo ius dei cardini e alla protezione delle porte di casa dai demoni malvagi che vorrebbero violarle. Carna, venerata il 1° giugno, condivide con Fauno la soglia, tutelandone anteticamente la parte superiore: è lei che spazzando la soglia con un ramo di biancospino, con cui tocca tre volta i postes, sacri a Picumnus e a Pilumnus e il limen abitato da Fauno, tiene lontane le strigae, streghe malvagie che, in sembianza di uccelli notturni, entrano di soppiatto nelle case per divorare gli intestini dei neonati. Ed è sempre Carna che cospargendo la soglia con le interiora di una porcellina di due mesi inganna e allontana ancora una volta le perfide streghe.
Biancospini e fave, bianco e nero, festività estive e festività invernali, neonati e defunti, mondo infero e mondo supero, principio maschile e principio femminile: il complesso della porta conferma il suo essere la parte dello spazio dove si realizza il conflitto tra gli opposti, la perpetua lotta tra il bene e il male.

10 dicembre 2006

Guardiani del mondo antico - Parte seconda

La faccia inferiore della soglia era, dunque, insediata e protetta nello stesso tempo da Fauno, ma è nota anche la presenza di un demone femminile, Tacita Muta, “infernae paludis nympha”, madre dei Lares Compitales, e identificabile quindi con Mania e con Acca Larentia, il cui rituale veniva celebrato a febbraio, durante i Feralia. Secondo la descrizione eziologica di Ovidio la ninfa Tacita, punita da Giove con la perdita della lingua (da cui il nome Tacita Muta) per aver raccontato alla sorella Giuturna dell’amore che Giove nutriva per lei rendendone vano il tentativo di sedurla, fu inviata agli Inferi, violentata durante il viaggio da Mercurio che la accompagnava, avrebbe dato alla luce due gemelli, i Lares Compitales. Filippo Coarelli offre una interessante interpretazione del mito eziologico di Tacita, suppone, infatti, che la presenza di Giove rappresenterebbe la modernizzazione di un attore maschile molto più antico, Fauno Incubus.
L’antagonismo tra Tacita e Fauno, causato dal fallimento dell’approccio amoroso con Giuturna che ha avuto come teatro la zona del Lacus Iuturnae e della Selva Arsia, dunque lo spazio liminale del Velabro, viene rappresentato in un teatro diverso, liminale per eccellenza, la soglia, dove Tacita, residente nella faccia interrata, impedisce continuamente il passaggio a Fauno, che da demone infero, potrebbe violarla non varcandola, ma passando al di sotto.

18 novembre 2006

Guardiani del mondo antico - Parte prima

La demonologia legata alle porte nel mondo romano era una questione molto complessa. A difendere le porte provvedevano, oltre a Giano, anche alcune coppie fraterne, i Lari, presenze ambigue che proprio per questo ben si collocano in prossimità della porta. I Lari, come demoni del mondo esterno, proteggevano i limiti della comunità dagli stranieri e tutelavano le partizioni territoriali a vario livello: i limiti delle domus (soglie, stipiti e fronti delle case), i compita (isolati all’interno di un vicinato), i rioni, le curie, i montes, i pagi e l’intera città circoscritta dalle mura e dal pomerium. Eroi positivi, contrapposti ai Lemures, demoni del disordine, i Lari finiscono per ricongiungersi con loro nella consueta antinomia del mito che si concretizza in prossimità delle strutture liminali, siano esse realistiche o simboliche.
Varrone, tramandato da Agostino, racconta un rituale che i Romani svolgevano proprio sulla soglia delle loro case per impedire che il demone Fauno, penetrando durante la notte in cui era nato un bambino, insediasse la puerpera. In questo rituale i guardiani della soglia erano impersonati da tre uomini che, percorsi i limiti della casa, si recavano di notte alla soglia della porta principale, qui il primo (rappresentante di Picumno, demone del picchio e della scure) colpiva la soglia con una scure, il secondo (Pilumno, demone della lancia e del pestello) colpiva la soglia con un’ arma da lancio o col pestello, e il terzo (Stercutius, demone dell’immondizia e per contrasto della purificazione) ripuliva la soglia dalle schegge e dai trucioli con una scopa.
I soggetti soprannaturali che presiedono alle azioni di questo rito sono evidentemente i demoni-Lari protettori della casa e identificati con le varie parti della porta, Picumno e Pilumno gli stipiti, e Deverra/Stercutius, l’architrave, mentre il quarto attore, non rappresentabile da alcun mortale, in quanto presenza infera, è Fauno, demone della soglia.
E’ una meravigliosa architettura simbolica quella che trova nei luoghi del passaggio il suo habitat più fertile: la struttura della porta si rivela, nella visione arcaica del mito romano, un microcosmo abitato da personaggi importantissimi del mito latino, forse addirittura eroi fondatori, demoni primordiali dello spazio esterno, delle feste di fine d’anno, dei rituali di fondazione. Frequentatori abituali di quei segmenti di spazio e di tempo che costituiscono la terra di nessuno che è il loro ambiente ideale.

09 ottobre 2006

La porta è in crisi?

Affrontare il problema della porta significa anzitutto comprendere che la porta è inserita in un sistema vivo composto da tutto ciò che la circonda, che la sormonta, che le fa da base. Basti pensare ai complessi studi architettonici di Vitruvio o di Palladio e all’enfasi che pongono su cosa è bene che sia intorno alla porta. La porta pensata da sola rischia di perdere il suo significato, e d'altronde la porta da sola è inconcepibile: l’arco di trionfo o il portico isolato del cerimoniale scintoista, i portici di alcune popolazioni centro africane o il tigillo romano non sono porte isolate: questi tipi di varchi sono inseriti in un sistema invisibile, non per questo non esistente, e comunque vincolante e limitativo che è quello formato dalla complessità dei simboli relativi al passaggio spirituale che esse rappresentano. La porta è in rapporto alle azioni di separare e di unire, di distaccare e di collegare, la porta è la sintesi di due azioni contrapposte che ci appaiono come una sola azione. Gorge Simmel diceva " La parete è muta ma la porta parla", la porta infatti è responsabile dello spazio a cui può concedere o negare la comunicazione la porta infonde all’uomo un indicibile senso di libertà, ma anche un indescrivibile senso di costrizione e questo in dipendenza del suo essere aperta o chiusa del suo concedere o negare. Oggetto di speculazioni filosofiche e soggetto di riferimenti letterari in ogni tempo, la porta rappresenta nello stesso tempo la possibilità e l’impossibilità e il più significativo dei simboli che la rappresenta pur non essendo porta in senso tradizionale è la Sfinge: la porta che pone domande.
La porta è in crisi? la sacralità del passaggio si sta riducendo a vuota superstizione? Il rituale rischia di divenire un simbolo di dubbie cerimonie di iniziazione a completo appannaggio di gruppi di individui border- line? Gli elementi del varco sono solo folklore esoterico? tutte le azioni svolte in prossimità delle porte sono ormai vuote di significato?
"Le porte appartengono al passato"? Come pensava Robert Musil?
Forse è vero, le porte appartengono al passato, ma l’indicibile nostalgia per i "bei giorni delle porte" conferma che queste, come molta parte del passato, dimostrano di essere vive e significanti anche se sono invisibili o nascoste, e che la nostalgia di poterle varcare, con l’ansia di trovarle chiuse, impone di penetrare nel "Gran tempo", entrare in una diversa dimensione temporale che è quella del non tempo, delle immagini, delle fantasticherie, del mito e dei sogni, nell’ enorme contenitore dei simboli e degli archetipi che vivono dei nostri interrogativi, che continuano ad essere vitali anche soltanto per le domande che ci poniamo sulla loro vitalità.

21 settembre 2006

Dentro/Fuori - Sopra/Sotto

Condere non vuol dire solo fondare, ma anche nascondere e il modo migliore per nascondere è da sempre quello di seppellire sotto terra. E nascondere equivale spesso a proteggere. La terra stessa protegge metalli e minerali preziosi nascondendoli nelle sue profondità e i tesori seppelliti per essere sottratti alle spoliazioni dei nemici costituiscono un elemento ricorrente nella storia di ogni tempo. Il mondo delle favole è popolato di esseri fantastici, gnomi, nani, draghi che fanno da custodi a cavità sotterranee dove sono accuratamente nascosti forzieri pieni d’oro e pietre preziose. Caverne, crepacci, cavità sotterranee rappresentano quindi simbolicamente il luogo ideale per nascondere e conservare e costante è la loro connessione ad entità sopranaturali di natura ctonia.
Attraverso i sacrifici celebrati sull’altare della fossa di fondazione il fondatore oltre a seppellire tutti gli strumenti sacri utilizzati per la fondazione dell’abitato, con il fine di unire templum in terra e templum in aere, spazio interno e spazio esterno, svolge anche un’opera di mediazione a nome di tutti i futuri abitanti, tra sé, come richiedente il diritto di installazione, e la Terra che dimostrando di accettare i sacrifici esprime la sua volontà. E’ la fossa di fondazione a far sì che le richieste del fondatore giungano a destinazione, funzione che la rende uno dei varchi più delicati e vulnerabili per il suo essere punto di contatto con il più pericoloso spazio del sacro, quello sotterraneo, quello degli inferi.
Il parallelo etno-antropologico con una tribù moderna dell’Africa Centrale, i Lobi del Burkina Faso, già Alto Volta, dalle testimonianze raccolte da G. Antongini e T. Spini (Presenze e oggetti, la costruzione dell’ambiente Lobi - Alto Volta in Storia della città, XV, Firenze 198, pp. 7-46) conferma come le immagini mitologiche e la simbologia connessa ad esse, seppure con varianti minime dovute dalla distanza spazio-temporale, facciano capo ad un unico sostrato creativo comune all’uomo di ogni epoca. Al centro dell’insediamento delle tribù Lobi è posto un dithil, altare di fondazione, – "di" = terra e "thil"= spirito:
"La collocazione dell’altare della terra è affidata ai Tuna, discendenti dei primi abitatori del territorio dei Lobi e depositari dei più segreti miti e tradizioni…La pietra altare che copre una buca scavata nel terreno è generalmente collocata ai margini della brousse dove il suolo non coltivabile ed è inadatto alle costruzioni. Nella buca sono racchiusi tutti i mali che da questa terra devono essere tenuti lontani: un poco di acqua contro la siccità, una spiga di miglio contro la carestia, foglie e radici di piante medicinali contro le malattie, sangue di animali sgozzati contro le morti violente, oltre ai "rimedi" segreti per eliminare i cattivi spiriti …Il riconoscimento della qualità di fondatore di diritto definisce l’altare della Terra anche dal punto di vista spaziale, per cui lo spazio sotteso dall’altare è altare e quindi villaggio".

08 agosto 2006

Oltre la soglia. Smarrimento e conquista.

I Tin Dama della Nuova Guinea, pur abitando una zona completamente pianeggiante, ritengono che allontanarsi dal loro villaggio equivalga a percorrere un sentiero in discesa che termina in un buco profondo, Wòt Ne Na, sede di forze ambigue, lontane dal mondo della socialità, che possono risucchiare chi non sia protetto dagli opportuni rituali, cioè chi non sia pronto o comunque non autorizzato a superare il limite.
Culture appartenenti a spazi ed epoche diverse hanno ovunque e da sempre cercato di materializzare l’evento più temuto in cui incorre chi oltrepassi i confini senza le opportune precauzioni: incontrare l’ambiguità, essere in balia delle “presenze” di un luogo sconosciuto, sentire la tensione bipolare tra procedere e fermarsi, avere paura di andare alla deriva senza i punti di riferimento della consuetudine, del conosciuto. Perdersi.
Eppure proprio questo “perdersi” è conditio sine qua non per penetrare lo spazio, conoscerlo, per orientarsi in esso, per scoprire nuovi territori, conquistarli, colonizzare, fondare nuovi insediamenti. Trovarsi faccia a faccia con lo spazio esterno, neutralizzare la sua alterità, superare tutte le prove per riuscire ad addomesticarlo, a renderlo abitabile e propizio.
Dall’esperienza acquisita “oltre la soglia” ha origine la regalità primitiva: dalle bande di giovani coetanei la cui iniziazione consisteva proprio nell’allontanamento dai confini del proprio villaggio, nel “perdersi” in un mondo selvatico in cui si è costretti a sviluppare le capacità di ambientarsi, orientarsi, spostarsi, di prevalere su altri, divenendo predatori e razziatori. Come i re aborigeni del Lazio, come i nemorensi capi federali dei latini, come Saturno, fondatore di una mitica comunità sul Mons Saturnius (il Capitolium!), che come esule, latitante e straniero possiede tutte le caratteristiche del fondatore: arrivato esule nel Lazio, scacciato dal proprio regno è costretto a nascondersi. (E il Lazio dovrebbe il suo nome proprio al questo suo latere…) I primi re sembrano essere stati capi pastore allontanatisi dai loro territori alla ricerca di nuovi pascoli per le proprie tribù: è dalla necessarietà di questi spostamenti che trae origine la pratica del ver sacrum, prima, e poi delle iniziazioni giovanili, come quella descritta nella saga di Romolo e Remo.
L’emergere di un leader, a cui sono fedelissimi soprattutto i giovani provenienti da altri villaggi, un organizzatore, di alto lignaggio, un predestinato aspirante alla regalità, trasformerà l’operato della banda: dalle scorribande e dalle razzie di bestiame, attraverso il sovvertimento di situazioni preesistenti nasceranno nuove realtà socio-politiche, istituzioni, culti. Saranno fondate nuove città-stato e creati nuovi popoli.

16 luglio 2006

Coscienza del Fondatore e Spirito del Luogo

Il fondatore di una città non si limita a tracciare un quadrato o un cerchio con l’aratro ed orientarlo: una delle sue maggiori responsabilità, oltre all’identificazione di uno spazio idoneo all’insediamento (ed alla difesa di questo da altrui pretese) è quella di addomesticare il luogo - sia questo mai occupato in precedenza che già abitato da altri - comunque sempre sede di uno spirito che il fondatore non può sottovalutare, ma che deve ingraziarsi, addomesticare, rendere non solo innocuo ma addirittura propizio, e di cui deve interpretare le intenzioni. Oggi le pratiche di addomesticamento dei luoghi costituiscono una scienza, la geomanzia, la cui finalità è quella stessa degli auguri, o della divinazione: il riconoscimento dei "segni dei luoghi".
Secondo J. Rykwert fondare sembra concesso solo a chi mantiene la coscienza che oltre il nuovo sistema di ordine e di orientamento, rimanga sempre la possibilità di perdersi, che ogni abitato rischi di tornare disabitato, che ogni organizzazione assoggettata a regole e consuetudini possa all’improvviso tornare al caos. E al caos ed al disordine selvatico i fondatori devono comunque lasciare la possibilità di tornare di tanto in tanto nei luoghi sottratti dall’ordine, circoscritti dall’aratro e cinti da mura.

11 luglio 2006

Sulla Soglia


Il passo si fa incerto, il piede esistante prevale sull'altro, che freme. Repentine le gambe si divaricano leggermente. Nessun movimento. Il corpo, statico, ritaglia se stesso nella luce del varco.

26 giugno 2006

A proposito del lupo...

A discolpa di bambine sfrontate, nonne incaute e madri smemorate, bisogna però ammettere che il lupo ci sa fare sul serio. Abile e seducente interlocutore, convince Cappuccetto Rosso ad accettare la sua sfida, astuto e istrionico imitatore inganna i non più arguti sensi della povera nonna che lo lascia entrare. Conoscitore esperto di psicologia femminile vince in partenza, puntando tutto sulla notoria attitudine delle madri di non far giammai tesoro delle esperienze passate.
Per essere un animale selvatico non c’è malaccio….ma la doppia natura di cacciatore selvaggio e grande organizzatore di cacce è nota fin dall’antichità che conosceva, in Grecia, un Apollo Lykeyos (lupo) ma anche Karneios (caprone), proprio in virtù del suo dualismo. Nel mondo romano, Fauno Luperco, il lupo sgozzatore che va tenuto lontano dalla porta di casa nella notte dopo il parto, è anche demone protettore del limen e del terminus, sovrano e primo istitutore di culti.
E' possibile comprendere come Fauno Luperco nell'iconografia cristiana e nella conseguente favolistica sia stato un pò bistrattato. Tuttavia non si può negare che nel suo mondo era un gran figo. Andatevi a leggere le sue gesta in “La nascita di Roma”, Torino 1997, il best seller di Andrea Carandini, il più grande studioso delle origini del mondo romano attualmente sulla piazza. Chissà, forse Carandini stesso è un pò Luperco...

16 giugno 2006

Il Lupo alla Porta

Claustrofobia e agorafobia sono due forme di paura molto legate al concetto di porta, di passaggio: nel primo caso la paura scaturisce quando le porte si chiudono, nell’altro quando si aprono. Si tratta di due fobie molto note e molto diffuse con vari livelli di intensità che vanno dal senso di disagio quasi impercettibile o tollerabile, alla vera e propria nevrosi fobica, e che implicano una forte interiorizzazione del concetto di porta come elemento che consente/vieta il passaggio fisico dell’altro verso di sé o di se verso l’altro.

“Non aprire a nessuno” e “Non chiuderti dentro” sono due tra le prime precauzioni che impariamo da bambini, insieme a non toccare, non dire bugie, non andare con chi non conosci, in quella sorta di decalogo della sicurezza che ogni buon genitore impone a fin di bene. “Non aprire a nessuno” subirà poi varie evoluzioni, che vedranno ampliarsi lo spazio del divieto in misura proporzionale all’età del bambino, e sarà quindi “Non allontanarti da qui” e poi via, via “Non oltrepassare quel certo limite”.

Il mondo delle favole è pieno di porte aperte inavvertitamente o per curiosità e di oscuri personaggi che riescono a varcare la soglia dimostrando all’incauto disobbediente in quali pericoli si possa incappare per l’inosservanza del divieto genitoriale.

La mamma capra della fiaba “Il lupo e i sette capretti” lascia i suoi piccoli a casa dopo aver raccomandato a lungo di non aprire a nessuno, che il lupo è sempre in agguato e che usa mille travestimenti per riuscire ad entrare e mangiare tenere carni di capretti disobbedienti in un sol boccone. Nonostante ciò sei capretti su sette, non resistono e aprono cadendo nel tranello del lupo che con i suoi espedienti è riuscito ad ingannarli, ma soprattutto a suscitare la loro irrefrenabile curiosità. E’ molto significativo il fatto che l’unico che di loro riuscirà a non essere divorato è quello che si infila nella pendola, riuscendo in extremis a realizzare in parte la prescrizione materna: se non è riuscito ad evitare ai fratelli di aprire la porta è però riuscito almeno a chiuderne una, quella dell’orologio a pendolo in cui riesce a nascondersi.

Il lupo e la porta un binomio che viene da lontano. Nell’antica Roma, Fauno, il lupo, l’istintualità selvaggia, si aggira intorno alle capanne dell’abitato arcaico e, di notte, Incubus, riesce penetrare nei giacigli delle donne. Il dialogo forse più famoso dell’immaginario infantile si svolge tra una bambina impertinente ed un Lupo comodamente sdraiato in un letto: “Che occhi grandi hai, Nonnina….”. Come in “Il lupo e i sette capretti” anche in “Cappuccetto Rosso“ un lupo è riuscito a varcare la soglia, ma a differenza della porta di casa di Mamma Capra, la porta della casupola ai margini del bosco dove vive le nonnina non è poi tanto ben protetta, a Cappuccetto Rosso infatti basta tirare “…la cordicella e la porta si aprirà”. Universo femminile particolarmente coraggioso o forse incauto, le tre donne della favola “Cappuccetto Rosso”, non sembrano valutare opportunamente i pericoli, o addirittura sembrano porsi quasi in un atteggiamento di sfida: la mamma ritiene che sia sufficiente il solo indicare la strada meno pericolosa da seguire, la bambina lascia il sentiero conosciuto per addentrarsi nel bosco…ma d’altra parte cosa aspettarsi dalla progenie di una nonnina che se ne sta tranquilla nel letto senza avere sprangato la porta della sua casetta nel bosco?

14 giugno 2006

I bambini Temne

L’evento più probabile che può occorrere oltre la soglia dello spazio interno è quello di "non conoscere" e di "non essere conosciuti", di non conoscere le regole, di non riuscire ad orientarsi. I bambini Temne della Guinea sanno che fuori del villaggio, se si inoltrano tra gli alberi, possono essere presi da vertigini e possono perdersi. Ma sanno anche che in quel caso dovranno chiamare a gran voce i loro genitori che li ritroveranno. Sanno che è lo spirito dei boschi, l’Aronshon, a far loro questa magia e che tutti i bambini lo incontreranno almeno una volta nella vita. Varcata la soglia del villaggio c’è quindi l’estraneità, e i bambini sanno fin da piccoli come far fronte alla possibilità/necessita di affrontarla.

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04 giugno 2006

Prolegomeni sul Dentro e sul Fuori

Nel mondo antico il confine tra due territori non era una linea virtuale come nei nostri giorni, esisteva intorno una zona di rispetto, terra di nessuno, zona quasi sempre boscosa o paludosa, essere in quella zona significava essere sospeso tra due mondi, essere al margine, in attesa. I confini venivano contrassegnati da oggetti collocati con riti di consacrazione che li legavano a divinità tutelari , il luogo così circoscritto diventava sacro e sacrilego era chi vi si introduceva, il divieto di passaggio diventava così una interdizione magico religiosa, che nel mondo classico era annunciata da cippi di confine, mura, statue, mentre presso i popoli semicivilizzati da oggetti molto più semplici, come pali di legno , cippi di pietra, transenne o mucchi di terra.
Quando il re di Sparta partiva per la guerra, faceva sacrifici a Zeus. Se la sorte gli era favorevole un piroforo prendeva il fuoco dall’altare, e incedendo davanti all’esercito, lo portava fino alla frontiera. Qui il re compiva un nuovo sacrificio e se la sorte gli era di nuovo favorevole, passava la frontiera facendo sempre precedere l’esercito dal piroforo.

Si tratta costantemente di riti che sottolineano l’uscita da un mondo e l’ingresso in uno nuovo, ed il cerimoniale relativo viene applicato non solo al passaggio da un territorio all’altro, ma anche, da un quartiere all’altro, da un villaggio all’altro, dall’interno all’esterno di una casa, e quindi la zona deputata al passaggio varia, andando dalla linea di confine, alla porta della cinta muraria, alla porta di casa.

La soglia, elemento che consente il passaggio materiale, si trova ad essere il punto nevralgico del complesso sistema architettonico e sacrale rappresentato dalla porta, dove ogni elemento componente ha una funzione strutturale e magico religiosa, e che in dipendenza della sua collocazione e della sua funzione (porta muraria, porta di edificio domestico o sacro,) è sede di diversi riti, che Van Gennep suddivide in preliminari, liminari e postliminari e che rappresentano il denominatore comune di ogni cerimoniale di passaggio.