25 settembre 2009

Liminalità creativa


"La parola sarebbe stata all’inizio un simbolo magico che l'usura del tempo ha deprezzato. Il poeta avrebbe la missione di restituire alla parola, almeno parzialmente, la sua primitiva ed oggi nascosta virtù. Due doveri avrebbe ogni verso: comunicare un fatto preciso e toccarci fisicamente, come la vicinanza al mare." 
(J.L.Borges, Tutte le opere, vol.II, Mondadori, Milano 1985, p. 559)

Così Borges nel prologo della raccolta di poesie “La rosa profonda” che raccoglie testi scritti tra il 1972 e il 1975.
Sono presenti molti dei temi a lui cari: le maschere, la nostalgia della spada, le ombre tutelari, gli inventari e le enumerazioni, l'arbitrio del tempo umano, l'inesorabilità del destino, gli specchi, i miti, gli animali.
Sempre nel prologo Borges accenna al “processo” che guida la genesi delle sue opere, una interessante posizione di liminalità creativa: 

"Comincio con l'intravvedere una forma, una specie di isola remota, che sarà poi un racconto o una poesia . Vedo la fine e vedo l'inizio, ma non ciò che si trova in mezzo. Questo mi viene rivelato gradualmente, quando gli astri o il caso sono propizi. Più di una volta devo ripetere il cammino nella zona d'ombra". 
(J.L.Borges, Tutte le opere, vol.II, Mondadori, Milano 1985, p. 661)

Habla un busto de Jano (J. L. Borges, “La rosa profunda”, 1975)

Nadie abriere o cerrare alguna puerta
sin honrar la memoria del Bifronte,
que las preside. Abarco el horizonte
de inciertos mates y de tierra cierta.
Mis dos caras divisan el pasado
y el porvenir. Los veo y son iguales
los hierros, las discordias y los males
que Alguien pudo borrar y no ha borrado
ni borrará. Me faltan las dos manos
y soy de piedra inmóvil. No podría
precisar si contemplo una porfía
futura o la de ayeres hoy lejanos.
Veo mi ruina: la columna trunca
y las caras, que no se verán nunca.


Parla un busto di Giano (J. L. Borges, “La rosa profonda”, 1975)

Che nessuno apra o chiuda alcuna porta
Senza onorar la memoria del Bifronte,
Che le presiede. Abbraccio l’orizzonte
Dei mari incerti e della terra certa.
I miei due volti scorgono il passato
E il futuro. Li vedo e sono uguali
I ferri, le discordie e i molti mali
Che Chi poteva non ha mai annullato
Né annullerà. Mi mancano le mani
E sono pietra immobile. Non posso
Precisare se contemplo una lotta
Del futuro o degli ieri, oggi lontani.
Vedo la mia fine: la colonna tronca
E le facce, che giammai si vedranno.

(L'immagine è di Mercedes Varela, Cartel de la Exposicion: "Borges en la Biblioteca Nacional de Buenos Aires"

1 Comments:

At 26/9/09 10:23, Anonymous Sarmatian said...

Borges è un grande immortale. Bisognerebbe coltivarlo di più. Grazie per avercelo ricordato.

 

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