15 luglio 2009

La porta di Lohapol


La città di Jodhpur, nel Rajasthan, fondata nel 1459 da Rao Jodha fu molto ricca grazie al commercio di oppio, legno di sandalo, datteri e rame. Il regno dei Rathore, cui apparteneva Rao Jodha, era anche chiamato Marwar, ovvero “Terra della Morte”, certo la Jodhpur attuale non conserva niente che ricordi la sua terribile fama, ma qualcosa di inquietante ancora c’è…
Il Meherangarh, tuttora gestito da maharaja di Jodhpur è una fortezza dalla formidabile struttura architettonica: l’accesso è consentito da ben sette porte, la Jayapol, costruita dal maharaja Man Singh nel 1806 dopo la vittoria riportata sugli eserciti di Jaipur e Bikaner, la Fatehpol, la Porta della Vittoria, eretta dal maharaja Ajit Singh per commemorare la sua vittoria sui Moghul. L’ultima porta è la Lohapol, la Porta di Ferro, accanto alla quale
, appena dopo l'entrata, si notano le impronte rosse di una trentina di piccole mani: ricordo del “sati” delle vedove del maharaja Man Singh, che si gettarono sulla sua pira funerea nel 1843, dicono le guide locali che nessuna di loro emise neppure un gemito.

L’onore di una fortezza del Rajasthan non era rappresentato soltanto dagli assedi a cui resisteva, ma anche dal numero di sati avvenute nel momento nelle sconfitte. Prima di immolarsi le donne lasciavano l’impronta delle loro mani sulle mura della fortezza, dopo averle immerse nell’hennè rosso: quello che ai nostri occhi appare come il triste ricordo di decine di sfortunate spose-bambine è, in realtà, il modo in cui l’ultima porta del Meherangarh proclamava la sua inviolabilità.

Il termine sanscrito sati indica la vedova che si immola sulla pira o sulla tomba del marito, la radice è la stessa di satya =verità o sentiero virtuoso. Sati, nipote di Brahma creatore dell’universo, è la prima consorte di Shiva che, adirata con il padre che aveva umiliato suo marito, si gettò nel fuoco pregando, fino alla morte.
Il rituale dell’autoimmolazione, la cui attestazione in India risale almeno al I secolo a.C., era assai diffuso e le impronte di mani, come quelle sulle mura del forte Jodhpur, indicavano dove le sati si sacrificavano dopo la morte in battaglia dei loro mariti.
I motivi profondi che sottendono al rituale sono ancora profondamente radicati in molte zone dell’India rurale e nel Rajasthan, attuale centro di culto della dea Sati Màtà. Dopo la proibizione inglese del 1829, la pratica del “suttee” cominciò a scomparire in tutta l’India, ma nel Rajasthan è continuata fino ad oggi in alcuni dei più remoti villaggi, dove ne sono stati registrati almeno 40 casi dalla proclamazione dell’indipendenza.
Nel 1987 il caso di Roop Kanwar, una studentessa universitaria diciottenne che si suicidò sulla pira del marito in abiti nuziali, scosse l'India con un duro dibattito. La ragazza aveva guidato il corteo funebre e si era seduta sulla pira con in grembo il capo del marito morto. La famiglia aveva acceso il fuoco di fronte a centinaia di spettatori e al termine aveva offerto alle ormai migliaia di presenti un banchetto in onore della nuova Sati Mata. Uno degli ultimi casi è avvenuto nel Maggio del 2005 in un villaggio dell' Uttar Pradesh. La donna aveva 70 anni e i figli assicurano di non essersi accorti di nulla. A Marzo dello stesso anno una folla immensa si era riunita nel distretto di Pali in Rajasthan dove si era sparsa la voce che un'altra donna stava per immolarsi sulla pira del marito. Dopo violenti scontri con le forze dell'ordine, la donna è stata arrestata.

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