09 ottobre 2006

La porta è in crisi?

Affrontare il problema della porta significa anzitutto comprendere che la porta è inserita in un sistema vivo composto da tutto ciò che la circonda, che la sormonta, che le fa da base. Basti pensare ai complessi studi architettonici di Vitruvio o di Palladio e all’enfasi che pongono su cosa è bene che sia intorno alla porta. La porta pensata da sola rischia di perdere il suo significato, e d'altronde la porta da sola è inconcepibile: l’arco di trionfo o il portico isolato del cerimoniale scintoista, i portici di alcune popolazioni centro africane o il tigillo romano non sono porte isolate: questi tipi di varchi sono inseriti in un sistema invisibile, non per questo non esistente, e comunque vincolante e limitativo che è quello formato dalla complessità dei simboli relativi al passaggio spirituale che esse rappresentano. La porta è in rapporto alle azioni di separare e di unire, di distaccare e di collegare, la porta è la sintesi di due azioni contrapposte che ci appaiono come una sola azione. Gorge Simmel diceva " La parete è muta ma la porta parla", la porta infatti è responsabile dello spazio a cui può concedere o negare la comunicazione la porta infonde all’uomo un indicibile senso di libertà, ma anche un indescrivibile senso di costrizione e questo in dipendenza del suo essere aperta o chiusa del suo concedere o negare. Oggetto di speculazioni filosofiche e soggetto di riferimenti letterari in ogni tempo, la porta rappresenta nello stesso tempo la possibilità e l’impossibilità e il più significativo dei simboli che la rappresenta pur non essendo porta in senso tradizionale è la Sfinge: la porta che pone domande.
La porta è in crisi? la sacralità del passaggio si sta riducendo a vuota superstizione? Il rituale rischia di divenire un simbolo di dubbie cerimonie di iniziazione a completo appannaggio di gruppi di individui border- line? Gli elementi del varco sono solo folklore esoterico? tutte le azioni svolte in prossimità delle porte sono ormai vuote di significato?
"Le porte appartengono al passato"? Come pensava Robert Musil?
Forse è vero, le porte appartengono al passato, ma l’indicibile nostalgia per i "bei giorni delle porte" conferma che queste, come molta parte del passato, dimostrano di essere vive e significanti anche se sono invisibili o nascoste, e che la nostalgia di poterle varcare, con l’ansia di trovarle chiuse, impone di penetrare nel "Gran tempo", entrare in una diversa dimensione temporale che è quella del non tempo, delle immagini, delle fantasticherie, del mito e dei sogni, nell’ enorme contenitore dei simboli e degli archetipi che vivono dei nostri interrogativi, che continuano ad essere vitali anche soltanto per le domande che ci poniamo sulla loro vitalità.

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